« Non ci sono servi, amico, qui. Sci solo un brav'uomo ed io ti voglio bene ». Che era la scena di ogni giorno, coi sorrisi in fondo. Poi, in tre, pigiati sul sedile con la stoppa che scappava dai buchi della vecchiaia, via al piccolo trotto per stradette di campagna, tra filari di pioppi, di gelsi, e il Generale mi mandava a cercare le more succose da mangiare nel tragitto. Le annotazioni si seguivano alle annotazioni, la poesia camminava con noi... lui interprete « immaginifico » dell'alito della natura. Sul petto, la lunga fila dei nastrini delle medaglie testimoniava che oltre che poeta era anche un eroe. Ma non amava parlare delle sue gesta. Solo quando poteva magnificare il valore dei « suoi » fanti, di riflesso, sentivi che li aveva guidati lui, che in loro il coraggio per le più spericolate imprese era nato dal suo coraggio di condottiero. Nella guerra del '18 aveva conquistato il Vodice con la Banda del suo Reggimento in testa. « I « ragazzi » non hanno perso una nota. Il cannone dei tedeschi tentava di sopraffarli, ma non ce l'ha fatta. Suonavano « Fratelli d'Italia / l'Italia s'è desta / dell'elmo di Scipio / s'è cinta la testa ». Un elmo che ha resistito a tutte le raffiche, e siamo arrivati in cima coi ragazzi che grondavano sudore per la sgroppata della salita e il fiato nelle trombe... e in cima li aspettava la gloria... » Non sono mai riuscita a fargli ammettere che davanti a tutti c'era lui, con quella sua massiccia figura che era il ritratto della volontà e dell'ardimento. Per la conquista gli era stato attribuito il titolo di Marchese del Vodice. « Marchesi di quel monte lo eravamo un pò tutti... Il titolo è restato a me per l'unica ragione che li rappresentavo. Ma poi che li avevo tutti nel cuore il riconoscimento andava naturalmente anche a loro... ». « Loro » voleva dire una lunga fila di nomi che ricordava lucidissimamente dopo anni, il volto e le caratteristiche legati ad ognuno, un gesto, un'attitudine, un niente che ne ricreava la personalità. La magia delle rievocazioni ti rimetteva vicino un esercito, ti riportava nel clima eroico di allora. Quello che gli era abituale, quello in cui amava mettere anche il figlio Ferrante, che diceva « nato più dal suo spirito che dalla sua carne ». E qui la fortuna gli è stata pietosamente vicina, risparmiandogli la tragedia del figlio. Il 24 marzo del 1938, il settantasettenne Generale Maurizio Gonzaga, moriva a Roma, nella sua bella casa di via Prestinari, a due passi dal Tevere, che gli piaceva di ascoltare nella meditazione del suo studio. Lasciava sola la Principessa Maria, sua figlia, una gentile figura di donna che ne aveva seguito trepidando la lunga vita di pericoli. Il figlio Generale Ferrante, partecipava, nell'esercito, alle vicende di una difficile Italia, che si avviava ad un'altra guerra. D'un'ltalia che amava e serviva con la granitica fede del grande Padre. Fino al 9 settembre del '43, quando a Salerno rifiutò di arrendersi ai tedeschi, e fu freddato dal maggiore Hans Folter, che aveva sparato un attimo prima di lui. Cadeva stoicamente, gridando ai suoi soldati « alle armi, perchè viva l'Italia ». Adesso alla « Speranzina » arrivano ogni tanto, nell'estate, i figli del Generale Ferrante, i nipoti a cui il Principe Maurizio avrebbe certo fatto notare che il « sole s'è fermato a Cere-sara », a cui ha trasmesso quel suo terzo che appartiene al paese. I giovanissimi Gonzaga C3 lo riportano come un messaggio vivo, che la gente accoglie con affetto. E dietro le loro figure adolescenti rivede l'imponente Nonno che, « deposto il panno grigio » e l'aureola del valore, scendeva fra noi con l'anima nuda e col mordente irresistibile della sua gioviale fraternità. E rivede il Padre che la Patria ha accolto fra i suoi migliori. Il cavalluccio è morto di malinconia e il biroccio è finito chissà dove, nel passato. I fiori dei tupinamburg, che si muovono leggeri nell'aria, ascoltano le voci degli uomini e cercano inutilmente quella che ha visto il sole nei loro petali... Una voce che sta dicendo altrove, ai fanti che le sono vicini, « Marchesi del Vodice lo eravamo un pò tutti »... r|na zan|M) (disegni di Dante Spelta) “La Speranzina,, la cascina Ceresa-rese dei Gonzaga. Le motivazioni delle medaglie al valore conferite all’Eroe: Medaglie d’oro al V. M.: « animato da fortissima volontà, da incrollabile fiducia nel successo delle armi nostre, con raro sprezzo del pericolo, si teneva per un intiero mese di lotte accanitela stretto contatto con le proprie truppe di prima linea, portando loro di persona nei momenti più critici la parola animatrice, incitandole con l’esempio alle azioni più ardite, rendendosi così Primo Fattore di quelle gesta che ci resero padroni del Vodice e che ci permisero di tenerlo inespugna- bile di fronte ai più accaniti sforzi nemici. - (Vodice maggio-giugno 1917). Medaglia d’oro al V. M.: « Nel momento più grave della guerra, sbarrò con la sua Divisione il passo afl’avversario fremente, con vigorosa grande offensiva, dava alle sue truppe brillante esempio di fermezza, di coraggio e di valore personale nei siti pili esposti alle offese nemiche e inan-teneva così esemplare contegno anche quando fu gravemente colpito in più parti del corpo dal piombo nemico rimanendo mutilato, fino a che fu costretto a lasciare, suo malgrado, il campo di battaglia sul quale — nel nome del Re e della Patria minacciata — avea mostrato la via dell’onore: quella che portava al nemico. , Magnifico e nobile esempio di alto sentimento del dovere, di sapiente spirito offensivo, di fulgido eroismo. (Stupizza 22 ottobre 1917) ». Medaglia d'argento al V. M. : « Comandante di Divisione durante l’offensiva austriaca del Trentino, diede ripetute prove di sereno ardimento, disprezzo del pericolo, spingendosi sovente sulle linee più avanzate riuscendo di esempio costante e di incitamento a tutti i suoi dipendenti. (Altopiano Tolezza maggio 1916 — Monte Cimone luglio 1917). Medaglia d’argento al V.M.: « Comandante di Divisione, ferito di striscio alla fronte da scheggia di granata e poi al costato destro da pallottole di shrapnells, mantenne il comando della Grande Unità inpegnata in aspro combattimento, per portarla al raggiungimento degli obiettivi assegnati, dando prova di valore e di altissimo senso di dovere ». (Codige 524, 22-24 agosto 1917). Medaglia d’argento al V.M.: « Comandante di Divisione in speciale importante situazione di cui dalla fermezza delle sue truppe dipendevano le sorti di una violenta azione in altre parti del teatro della guerra, si prodigava con ogni energia e con l’esempio tanto tra le trincee di prima linea sotto il martellare del fuoco avversario infondendo ai dipendenti la necessaria fiducia per la riuscita dell’operazione ». (M. Vaibella, novembre 1918). Croce di Cavaliere all’Ordine Militare di Savoia: « Per circa due anni di guerra, Comandante di Divisione, condusse con singolare valore le sue truppe in ogni cimento, procurando ad esse il vanto di brillanti successi » (Ottobre 1915 - agosto 1917). 15