GIULIO ROMANO E IL PALAZZO TE I N TRODUZION E Si apprende dal Vasari che nel luogo destinato alla costruzione del Palazzo si trovavano già stalle nelle quali il Marchese teneva cavalli e cani delle migliori razze, e che il Gonzaga stesso manifestò il desiderio che « senza guastare la muraglia vecchia » (ovvero le stalle) Giulio edificasse in quel luogo l'edificio. Sempre il Vasari ci parla delle difficoltà incontrate dal Pippi nel suo lavoro : « ... Giulio, udita la volontà del Marchese, veduto il tutto elevata la pianta di quel sito, mise mano all'opera ;... e perchè il luogo non ha le pietre vive nè comodi nè cave da poter far conci e pietre intagliate come si usa nelle muraglie da chi può farlo, si servì di mattoni e pietre cotte, lavorandole poi di stucco ; e di questa materia fece colonne, vasi, capitelli, conci, porte, finestre ed altri lavori, con bellissime proporzioni e con nuova stravagante maniera gli ornamenti delle volte con scompartimenti dentro bellissimi, e ccn riccetti riccamente ornati ». Al tempo della prima visita di Carlo V°, che diede il titolo di Duca al Marchese di Mantova, nel 1530, era già concluso il complesso architettonico, ed erano già pronte alcune sale; la costruzione tuttavia, iniziata nei primi mesi del 1525, durò fin oltre il 1534. Fin dall'inizio, l'impostazione architettonica dell'edificio fu limitata da alcuni essenziali fattori, dipendenti dalle esigenze del committente, e dalle condizioni del luogo. Desiderava infatti il Gonzaga che nell'edificio trovassero posto un appartamento per sè ed un altro per gli ospiti, con la condizione che gli accessi ai rispettivi appartamenti fossero indi-pendenti, per permettere al Marchese, qualora gli piacesse, di evitare la presenza degli invitati. Le condizioni del luogo implicavano la necessità di servirsi delle mura preesistenti, e di limitare l'altezza dell'edificio per evitare di essere facile bersaglio dei cannoni assedianti, essendo esso eretto a poca distanza dai bastioni. L’ESTERNO All'arrivo a Mantova, il Pippi, permeato di raffinata cultura romana, fu sicuramente affascinato dall'espressione più matura del primo Rinascimento, da quelle opere dell'Alberti e della sua scuola che costituivano un felice trapianto nell'Italia Settentrionale della cultura toscana, cultura anche arricchita dal contributo Veneto dovuto alla presenza del Mantegna. Le lesene che misurano le facciate Nord (1) e Ovest di Palazzo Te (2)'sono infatti di natura ben diversa da quelle usate dallo stesso Pippi a Roma nei palazzi Cicciaporcì e Maccarani. In Palazzo Ta acquistano un sapore quattrocentesco ed un ritmo che ricorda facilmente l'interno di S. Andrea. Qui, in una tessitura asso'uta costituita da lesene e da un cordolo orizzontale che le unisce senza attraversarle, l'Alberti pone dei riquadri (3): piccolo di proporzioni quadrate sopra, rettangolare di doppia altezza sotto, quindi la porta. Le lesene però non si susseguono tutte ad egual distanza, ma si accostano variamente dando forma ai passaggi angolari, ai lati di fondo degli ingressi, ai pilastri d'angolo su cui si impostano i pennacchi della cupola (4-5). Giulio Romano, nelle facciate Nord e Ovest (1-2), imposta una tessitura analoga. Come elemento base della composizione accoglie i due riquadri, li trasforma in finestre, mantenendo il rapporto 1 a 2 sulla luce netta (6), ma distanziando maggiormente le paraste per dar posto al forte bugnato degli stipiti ed ai grandi conci a Ventaglio dell'architrave, che danno forma alle finestre più grandi. Al centro delle facciate apre gli ingressi: quello Nord (1) a tre archi su due intervalli tra parasta e parasta; quello Ovest (7) ad unsolo arco, al quale però accosta due nicchie limitate da lesene per portarsi alia stessa misura di due intervalli come sul lato Nord. Racchiude la facciata Ovest (9) con due nicchie agli estremi, rafforzate da paraste abbinate; evita però nel giro d'angolo (8) la monotonia di due nicchie ravvicinate sullo spigolo, e, con molta destrezza, spezza la simmetria rispetto all'angolo anticipando nella facciata Nord la posizione della nicchia che risulta spostata verso il centro ossia inserita fra due finestre. Nell'aggetto piuttosto modesto del cornicione si potrebbe trovare un altro elemento quattrocentesco, ma l'alta trabeazione a metope e triglifi che corre sotto contribuisce a dare una chiusura decisa dell'edificio, secondo un concetto tipico del Cinquecento. Giulio Romano adotta dunque un sistema di elementi quatrocenteschi per dar vita ad un'opera che, nelle proporzioni, nella robustezza e rigorosità della scatola muraria, risulta di fattura squisitamente cinquecentesca. I CORTILI Nel cortile d'onore del Palazzo Te le facciate parallele all'ingresso principale (11-12) hanno valore scenografico: notevole l'effetto d'insieme, strano lo slittamento in basso di alcuni triglifi (10) nella cornice, inutile l'apposizione di timpani ( 10-13) sui due ingressi, date le forti chiavi di volta sottostanti. Nelle altre due facciate, una serie di finestre interrotte al centro dal loggiato è chiusa all'estremità da due nicchie Quella nord (14) è neH'insieme corretta, salvo la chiusura (avvenuta in seguito) della loggia centrale trasformata in sala e qualche irregolarità nella scompartizione, che nasce dal voler mantenere la simmetria sugli alzati di una pianta non perfettamente quadrata. Nella facciata sud, (12) per conservare neM'interno della sala dei Cavalli simmetria di aperture, il Pippi inserisce infelicemente al posto di una nicchia una finestra. Questa, addossata alla parasta dell'angolo Sud-Ovest, manca anche di timpano, sia per insufficienza di spazio, sia probabilmente per renderla il meno evidente possibile. Di notevole pregio sono invece gli archi della loggia, sottolineati dalle possenti chiavi di volta, e gli eleganti e forti frontoni delle finestre. Se nel complesso si nota un rapporto abbastanza diretto fra le facciate esterne e quelle del cortile d'onore, per il lato Est (18) prospiciente i giardini il discorso è completamente diverso.