Premessa Una rievocazione come questa, * a più voci, coro di una guerra che nessuno può avere dimenticata e che tutti per opposte ragioni, di colpa e di merito, cercano di non ricordare, esercitando la loro volontà a far tacere le memorie », è un tentativo « che in nome delle stesse testimonianze rischia di diventare impopolare » proprio per la sua medesima novità ; ma, sia chiaro fin dall’inizio, nessuna testimonianza ha la pretesa di diventare storia o di sostituirsi ad essa, poiché come non si vuole corrompere in nessuna direzione la spontaneità della confessione o del ricordo, così non si può pretendere, da chi ha vissuto un momento (anche se di tremenda e atroce durata) della guerra o della carcerazione, una visione d'insieme che * soltanto lo storico può dare ricostruendo con pazienza, con sagacia, sulla base di documenti e di testimonianze di tutte le parti in causa, l’intero ciclo delle vicende di un popolo e di una civiltà. Per quanto sia facile per uno studioso di storia contemporanea lasciarsi tentare a pronunciare giudizi personali e prematuri, e cadere nelle insidie che derivano dall'abbondanza del materiale non selezionato, è indubbio che l’avvedutezza del senso critico e lo scrupolo della verità dello storico riducono di gran lunga il rischio esistente sul piano culturale connesso con la scelta e l'argomento; e che si possa scrivere la storia dei fatti in corso, cioè di un processo non aancora compiuto, senza dover ricorrere a nessuna giustificazione particolare, è cosa ormai pacificamente ammessa dagli studiosi. Se la perfezione d ima storia è nell’essere spiacevole a tutte le sette, le polemiche potranno in tal senso aiutare a chiarire le ragioni di fondo delle posizioni politiche, come delle scelte morali o storiografiche di fronte alla realtà degli eventi. Così, nel nostro caso, questa sera, dobbiamo accontentarci di raccogliere le voci che, pii) da vicino, cercheranno di esprimere il senso della partecipazione alla lotta per la libertà di larga parte della popolazione mantovana. Non si tratta di insegnare a chi non ne ha fatto diretta esperienza che il fascismo è male e l'antifascismo è il bene. Si tratta di procurare ai giovani la possibilità di orientarsi nel mondo nel quale hanno da vivere, di offrire i documenti necessari per comprendere il passato ed afferrare le sue connessioni col presente. « Diciamo ai giovani la verità », raccomandava di recente Alessandro Galante Garrone ; la verità, non oleografica ed evasiva, la verità che non esclude dubbi o contraddizioni : è l'unico principio pedagogico che, alla lunga, può dare buoni frutti. Le lezioni che si svolsero a Mantova nel 1961-62 presso la sede dell’Unione Goliardica mantovana (e di recente pubblicate) si fondano proprio su tale carattere, esplicitamente pedagogico. Lo storico Nino Valeri, introducendo il dibattito sulle origini del fascismo ha scritto, testualmente : « Due erano i principii del metodo 4 fascista per educare politicamente gli italiani di ogni età, dalla culla alla tomba : 1) credere, obbedire, combattere ; 2) non pensare con la propria testa, poiché c’è uno che pensa per tutti : Mussolini ha sempre ragione. Da questi slogans derivava logicamente il terzo, che ne riassumeva le conseguenze pratiche : qui non si fanno discussioni di politica ». Non a questa concezione negativa e limitatrice ci rifacciamo oggi in questa sede, nella quale la evocazione, se non diventa storia, pur tuttavia non vuole dimenticare o annullare la presenza politica dell’uomo moderno nella società del suo tempo. Le ultime generazioni, sulla scia delle vicende precedenti, hanno altri punti di partenza altre prospettive rispetto a consimili problemi e situazioni psicologiche esistenti nel passato, assai vicino per altro nel tempo; poco più di un ventennio. L’intendimento dell’U.G.M. e la raccolta delle presenti testimonianze nascono, è naturale, in una situazione morale e politica del tutto diversa: non quindi una spiegazione univoca o monocorde troveranno i lettori in questo volumetto, ma piuttosto interpretazioni e testimonianze di uomini provenienti da gruppi politici diversi, accomunati unicamente dalla medesima fiducia nella libera critica. La generazione degli anni difficili ha un elemento in comune, anche al di là delle ovvie generalizzazioni, un elemento individuabile forse nelle parole di Franco Fortini quando parla di ss e delle sue esperienze : « Non avevo un bagaglio di idee, ma un sentimento, forse superficiale, della serietà della vita e della storia, una volontà di comunicazione, una tendenza a rifiutare ogni sopraffazione e ogni ottimismo ». Ma anche il lungo viaggio attraverso il fascismo non era stato inutile e senza sbocco se, all’indomani del 25 luglio e dell'8 settembre ’43, nella generale confusione di idee e di atteggiamenti si precisano anche gli elementi di una rivelazione, intuita o ragionata, del passato in vista di un impegno morale e civile nella Resistenza. Ma, anni prima della guerra, uomini politici, storici e scrittori avevano affrontato — secondo prospettive europee — il problema della civiltà del nostro tempo, contribuendo a cogliere sul piano della profezia, della discussione o della lotta, gli aspetti più rilevanti di un nodo storico che doveva essere sciolto. Ed una delle voci più alte di questa civiltà che non si riconosceva più nel mondo contemporaneo e che la ricercava nelle remote età, ricche dei valori spirituali in via di decadenza, si ritrova senz’altro nelle pagine più personali e sofferte dello storico olandese Huizinga, alla cui opera : Nelle ombre del domani (Crisi della civiltà) si sono rivolti molti studiosi e semplici lettori negli anni difficili dell’ante-guerra. Al di là dei valori etici fondamentali del cristianesimo, del patriottismo civico olandese, della fedeltà ai criteri della tradizione filosofica positiva e razionale (come dice Cantimori) a noi interessano le parole profetiche del libro, anche se la catarsi non è avvenuta come l'aspettava lo storico. Tuttavia non è poco aver fatto sentire quanto immane fosse la barbarie razzista incombente, presentendo gli orrori di quel che era alle porte, gridando apertamente la propria fede nella ragione e negli uomini. Al pregio profetico si aggiunga però quello documentario, che testimonia veramente la situazione psicologica e morale d'un tempo così vicino e che pure sembra quasi dimenticato. La spirituale libertà invocata da Huizinga non era soltanto un nobile sogno, posto a contatto con la rude realtà del presente, era qualcosa di più : la ferma fiducia — ottimistica se si vuole — nel futuro dell’umanità, nel ritorno della luce, come egli stesso scrive. Non si intende, qui, rievocare le campagne combattute dai soldati italiani sulle diverse fronti, ma si vuole soltanto accomunare nel ricordo i caduti, i mutilati, i 5