feriti, i dispersi, i soldati tutti che, combattendo « la guerra dei poveri » (dal titolo di un bellissimo libro di Muto Revelli), non ebbero dinanzi un partito, una setta, una ideologia, ma la nazione e la patria con tutte le implicazioni storiche per i più coscienti, con i suoi miti e valori per gli altri. Ma la guerra non finì, come molti sperarono, con l’armistizio del ’43 o col precedente 25 luglio. I giorni drammatici del settembre ’43, mentre tutta la penisola era percorsa da soldati che ritornavano fuggiaschi alle loro case, e da convogli di prigionieri che nei carri sprangati risalivano la vai d'Adige verso la Germania o la Polonia, dove li attendevano i campi di prigionia, non possono essere rievocati senza un profondo sgomento proprio a Mantova, dove in quei giorni il mite sacerdote don Eugenio Leoni, una giovane donna Ctuseppina P.ippa, e — alla Valletta Aldriga — dieci soldati vennero trucidati dai tedeschi. Inizio tragico delle vicende che, con le inumane deportazioni degli ebrei e la soluzione finale, tanti lutti cagionarono anche nel mantovano. Duplice fu allora la resistenza che si dispiegava in Italia, dove le vessazioni dei tedeschi colpivano l'intera popolazione, e nei campi di prigionia e d’internamento, nei quali ufficiali e soldati in stragrande maggioranza rifiutarono l’adesione alla repubblica di Salò, nonostante la condizione d’isolamento e di terrore, come ha ragione di scrivere il Giuntella : * La prigionia degli internati militari italiani non riveste, quindi, il carattere di inattiviti passiva, inerente alla normale condizione del prigioniero, ma deve essere considerata come una resistenza volontaria e attiva, con propositi e ideali analoghi a quelli del movimento di liberazione *. In tale direzione abbiamo questa sera, accanto ai resoconti di uomini politici e di resistenti, anche le testimonianze di ex-prigionieri (dai campi di internamento e di sterminio), di combattenti del Corpo Italiano di Liberazione, e di partigiani che hanno operato nel mantovano, e fuori. Mentre siamo certi che i relatori terranno fede nelle loro testimonianze all’affermazione dello storico francese Marc Bloch, morto nella resistenza (< che ciascuno dica francamente quel che ha da dire. La verità nascerà da queste verità convergenti »), vogliamo trascrivere questi nomi, a ricordo del sacrificio di tutti i caduti per la libertà : capitano di corvetta Alessandro Cavriani, medaglia d’oro don Eugenio Leoni, trucidato dai tedeschi Mario Cordone, caduto a Montelungo, medaglia d’argento Franco Finetti, morto di stenti a Uberlingen (Dachau). BENATO GIUSTI DIRETTORE DEL MUSEO DEL RISORGIMENTO BEBEL GALAVOTTI, SINDACALISTA D. Aspetti e ricordi dell antifascismo locale dal 1922 in avanti ; disgregazioni dei partiti all'opposizione dopo il delitto Matteotti ; carcerazioni, condanne, confino ; silenzio politico per un ventennio. Non è facile per un operaio essere preparato come si deve ad una assemblea a così alto livello; mi si permetta perciò che a preludio di questo XIX annuale della Resistenza io mi rial-lacci invece a 40 anni, 43 anni fa, al 1921. Loro lo sanno, che il Mantovano è soprattutto in quei tempi una provincia agraria, una provincia di alte tradizioni sociali ove educatori, maestri, uomini di alta cultura gettavano i primi semi nei primi solchi di una vita sociale nuova. Ebbene noi siamo figli di quella generazione, generazione educata ad alti sentimenti di umanità e di civiltà; ci domandavamo, nel 1921, perchè nascono i fasci di combattimento? che cosa dobbiamo combattere dopo una guerra combattuta appena finita? Ebbene questa risposta la davano coloro che non volevano assolutamente che qualche cosa di nuovo ci fosse nel nostro paese, ci fosse una riconoscenza della Patria verso coloro che avevano combattuto e che tornavano senza nulla domandare, ai lavori dei campi, alle officine, degli uffici e delle scuole; e siamo stati sbaloriti quando abbiamo visto il sorgere di queste violenze che hanno percosso da un punto all’altro della nostra provincia, ma avevamo in noi un'educazione così profonda, avevamo in mezzo a noi dei maestri che subivano le umiliazioni più inaudite, che affrontavano con fermezza ogni sopruso, e noi eravamo giovani di ventanni allora, e capirete con tutto l’entusiasmo, con tutta la vitalità che sentivamo, con tutta la poesia di una umanità nuova, coi calendimaggi che cantavano la festa del lavoro, ci siamo messi al loro fianco, li abbiamo quasi preceduti; abbiamo sbarrato come abbiamo potuto la strada a coloro che avrebbero distrutto dopo 7