questo Parroco fermo nella sua precisa coscienza di uomo e di apostolo della sua religione, cade anche lui ucciso dai fascisti. Ora questo malvagio movimento dove poteva portarci? Alla perdita della nostra Indipendenza se il popolo non fosse insorto. Questo sia una lezione per i giovani che non devono dimenticare, non per spirito di vendetta, non per spirito di odio, ma per consapevolezza e per responsabilità perchè noi vogliamo che il nostro Paese sia il primo in civiltà, in benessere, in diritto, e soprattutto che ogni concezione di carattere ideale sia rispettata e non pagata col sacrificio altrui, cioè da coloro che amavano ed aspiravano solo ad un avvenire di Libertà. A una Italia Libera. FRANCESCO RUBERTI, PITTORE D. Fermenti antifaulisti, e primi contatti prima della guerra e durante il 1942. Il 25 luglio ’43 a Mantova. Dunque, i miei primi contatti con le menti dell'antifascismo li stabilii a Trento intorno al 1937-38 e fu Egidio Bacchi, un antifascista mantovano che aveva dovuto lasciar la propria città per persecuzioni, a portarmi alle prime riunioni di antifascisti fra i quali Gigino Battisti, il Conte Manci ed altri. Il gruppo trentino era legato al movimento di « Giustizia e Libertà » diretto dai fratelli Rosselli dalla Francia ed era da quel paese che ricevevamo il materiale di propaganda che io, per la mia parte, provvedevo a distribuire in varie zone a persone fidate che, come me, sentivano il bisogno di fare qualcosa per tener viva la fiammella della speranza. Così nacque a Mantova il primo nucleo antifascista attivo e furono i miei amici carissimi Barbano, Piero Dallamano, Montanari ed altri a comporlo. Intanto era sopraggiunta la guerra e il movimento prendeva consistenza e si allargava. Il gruppo di Trento aveva costituito una specie di centrale per la distribuzione del materiale e contatti presso l’ufficio studi della Banca Commerciale Italiana che era diretto da Ferrari. Verso i primi del 1943, tramite l’amico Benini, che era impiegato a quel tempo alla Casa Mondadori editrice da Verona, presi contatto con un gruppo di persone molto preparate; alcune di queste sarebbero poi diventate martiri della resistenza e fu questo stesso gruppo a preparare e condurre la liberazione di Roveda a Verona; fu da questi contatti e anche per una nostra precisa volontà di passare dalla cospirazione all’azione, che decidemmo di muoverci per anticipare un colpo di mano a Mantova; in altre parole occupare la città e dichiarare Mantova una città libera e democratica sperando, qualora la nostra azione fosse riuscita, che l’esempio si estendesse ad altre città italiane facendo così cadere il fascismo. Cominciammo il lavoro di preparazione; a dirigerci era Tolazzi, una magnifica figura di antifascista che aveva una precisa preparazione in materia per aver partecipato anche all’estero a movimenti rivoluzionari; Tolazzi doveva poi cadere più tardi vittima del piombo nazista; ci eravamo divisi i compiti: Barbano avrebbe provveduto per le armi, un nostro amico Capitano dei carristi a Verona sarebbe uscito coi carri per una esercitazione ed avrebbe poi dirottato su Mantova, io — con altri — avrei dovuto occupare le Poste, la Prefettura, poi i telefoni e caserme ecc. (cosa da ridere...). Non eravamo certo in numero sufficiente per un’azione così vasta ed impegnativa ma contavamo molto sull’elemento sorpresa e sulla quasi certa adesione dei militari che, nostre informazioni e contatti, ci davano per sicura; l’ultima riunione, quella definitiva e della messa a punto, la tenemmo in casa di Piero Dallamano; alle riunioni e questo episodio dimostra come un certo spirito umoristico fosse sempre presente in noi, partecipò il maestro Martini di Moglia, impiccato dai tedeschi a Fossoli nel 1944, il quale vantava di conoscere un temibile colpo alla canadese, una specie di mossa di judo che gli sarebbe valso per mettere fuori causa un sacco di avversari. E per darci una dimostrazione pratica, si appostava non visto dietro la porta e quando qualcuno di noi si trovava malauguratamente a passare di lì, veniva agguantato dal Martini e scaraventato ad un metro di distanza, per cui pregammo vivamente il Martini di tenere in serbo il suo colpo alla canadese e le sue forze per il momento più opportuno. L’azione era decisa per il 26 Luglio; il 24 ricevemmo una comunicazione urgentissima con invito di recarmi subito a Bolzano dove mi sarei incontrato con una persona che non conoscevo ma che mi era stata descritta, per comunicazione della massima importanza. Andai a Bolzano e all’arrivo del treno trovai tra i viaggiatori l’uomo col quale dovevo incontrarmi e mi disse di sospendere ogni cosa perchè stavano maturando eventi di grandissima importanza. Era il 24 Luglio del 1943; il giorno dopo Bolognesi e De Nicolai, di ritorno da Trento con le bombe là confezionate, videro i primi distintivi fascisti per terra e pensarono che la nostra piccola rivoluzione avesse già dato i frutti insperati e anticipati. 11