Ma Don Leoni non era solo un amatore di musica buona. Era anche uomo di lettere. Fu insegnante nel seminario di Mantova con cattedra di matematica latino ed italiano e non solo insegnante, ma uomo profondo anche in letteratura e filosofia. Tanto vero che il Prof. Alessandro Luzio lo ebbe come suo segretario e collaboratore in particolari ricerche per successive pubblicazioni. Voglio solo ricordare, ad esempio, la ristampa delle maccheroniche del Folengo (Editore Laterza) in cui si contiene un vocabolarietto dal latino in italiano che fu unicamente composto ad opera di Don Leoni perchè Luzio, pur essendo cittadino onorario di Mantova, non poteva certamente conoscere il nostro arguto e caratteristico vernacolo. Lo aiutò ancora in altri lavori che non ebbero però la fortuna delle stampe. Infatti, per molti anni, Don Leoni lo aiutò in minuziose ricerche su S. Luigi Gonzaga in un’opera incompiuta e rimasta allo stato di manoscritto che ebbi la ventura di vedere, allorché (alla morte del Prof. Luzio), ebbi ad occuparmi, per conto degli eredi, a dipanare determinati grovigli giuridici. Non solo quindi Don Leoni fu un appassionato di musica, un professore di lettere e di matematica, un profondo conoscitore di filosofia, ma soprattutto un uomo buono, grandemente buono tanto che, nato ricco, morì povero in canna. Chi non ricorda quella sua tonaca dalle traccie di un nero verdastro, sempre in cerca di qualcuno, sempre in cerca di bisognosi, di poveri, di derelitti, di afflitti, sempre in corsa, proteso in avanti, con quella sua camminatura svelta diritta e personalissima, con quel suo andar lontano con lo sguardo rivolto verso l’alto, sempre dritto, terribilmente dritto come canna di bambù che svetta verso il ciclo e verso l’azzurro. Fu così che nato ricco morì povero perchè amico di tutti i bisognosi; non dei bisognosi che andavano a cercarlo perche era lui che cercava i bisognosi, gli afflitti, i brandelli umani, le ragazze perdute o abbandonate dalla famiglia, le donne piangenti nella casa in cui era mancato il sostegno delle braccia di un lavoratore. La sua era un’aperta carità fatta viva. Non quella di un uomo che getta nel cappello di colui che attende una moneta perchè, insieme col danaro egli regalava anche l’aiuto fraterno fatto di cuore. Non dovrei dire dunque che Don Leoni era un prete, meglio un sacerdote. Debbo dire invece ch’egli era il sacerdote. L’11 settembre 1943, nelle ore pomeridiane, si trovava sull’angolo di Vicolo S. Simone con Via Cavour. Lì era atteso da un uomo (non si è potuto sapere chi era) ed è certo ch’egli parlava con questo individuo che doveva ben conoscere. Era trascorsa forse mezz’ora o più quando, ad un certo momento, da Via Cavour giunge il rombo di un motore. Arriva una motocicletta su cui stanno due tedeschi. Giunti quasi all’angolo di Vicolo S. Simone, da una porta vicina si odono alcuni spari. Vi si erano appostate persone con armi. Colui che stava parlando con Don Leoni come una saetta assalta i tedeschi, ne disarma uno e fugge. Don Leoni si ritira, rifà la strada e si rifugia nella casetta della sua breve cappellanìa così ricca di povertà. Poche ore dopo uomini armati si recano nella sua casa ; buttano a gambe all’aria quel poco che c’è, anzi, il poco rimasto. Minuta perquisizione. Vi si ritrova la divisa di un sergente dell’esercito italiano. « Chi era l’uomo che era con voi ? » Don Leoni non dice, tace. Si insiste, si vuol sapere, si pretende di sapere. Egli tace sempre e si rifiuta di parlare nonostante le minacce e le violenze. Gli si dice : « Se non volete confessare metterò allora a ferro e fuoco il vostro quartiere ». Don Leoni protesta e si offre lui quale ostaggio per salvare gli altri. Sicure testimonianze raccolte, e che verranno pubblicate a suo tempo, ce lo confermano: testimonianze raccolte anche dal suo amico Don Battaglia. Dove sia stato poi trasportato non si sà; comunque, verso sera, fu portato nei pressi di Belfiore, fu messo nello stambugio di una casa diroccata (era un pollaio). Malmenato, sanguinante passò la notte, una lunga notte, in quel pollaio in attesa dell’alba. All'indomani, sul far del giorno, un sottotenente della SS riapre il pollaio e ne esce Don Leoni col viso tumefatto. La testimonianza è quella di una donna vicina di casa, di colei le cui pie mani hanno apprestato un lenzuolo, un sudario che avvolse il corpo di Don Leoni ridotto così come quello di Cristo. Fustigato, malmenato, preso a calci, Don Leoni non si regge più in piedi e s’inginocchia. Una donna da una finestra con occhio esterrefatto guarda e vede che Don Leoni protende le mani là verso un’ara bianca che è quella di Belfiore. Quell’ara su cui altri martiri cadendo rovesciarono il carnefice. Sembra che dica: « Son qui, attendetemi, vengo ». Cade, si rialza, protende ancora le mani in avanti, sembra voglia abbracciare l’ombra di Tazzoli che lo chiama. Da ultimo il tenente gli spara una revolverata alla nuca. Don Leoni cade. Con un calcio, rotola giù dalla ripa sulla 15