tato la nazione al disastro. Assicuro tutti i miei concittadini che l’Amministrazione comunale da me presieduta nell’attesa che libere elezioni diano i nuovi reggitori del Comune, cercherà con ogni mezzo di restaurare l’autorità comunale troppo lungamente resa stucchevole ed inefficace. Saranno cancellate ingiustizie, saranno soppressi favoritismi, tutti dovranno vedere nel Comune il simbolo della riconquistata libertà e dignità. Cittadini della nostra terra, fulgente ara di Martiri, esemplare sempre di civiche virtù, nell’iniziare la mia opera vi chiedo di confortarla con la più operosa disciplina. Rag. FERRUCCIO BOLOGNESI D. Formazione del « Gruppo Barbano »; attività politica partigiana. Esperienze personali sulla situazione politica-militare durante la Repubblica Os-solana. La costituzione del gruppo Barbano avvenne spontaneamente attraverso legami di amicizia allacciati, per lo più, nelle organizzazioni fasciste; era infatti in quelle che Felice Barbano, insegnante di ginnastica e istruttore pre-militare, trovava il terreno favorevole per incontrare i giovani e svolgere su di essi il suo paziente e cauto lavoro di rieducazione agli ideali democratici, cercando così di sottrarli alla propaganda fascista. Dalle discussioni teoriche non fu difficile giungere all’azione proprio per l’incalzare degli avvenimenti. L’8 settembre infatti Barbano coerente con quanto aveva sempre sostenuto, attraversò immediatamente le linee e andò verso l'Italia liberata per unirsi agli alleati. Dopo un breve addestramento accettò l’incarico, affidatogli dal Comando alleato, di svolgere una delicata missione nel Nord. Paracadutato sul Piave con altri collaboratori, riunì subito i suoi giovani amici a Verona, trovando unanime ed immediata adesione. In quella città oltre al servizio di informazioni per gli alleati, svolse anche attività con i gruppi partigiani del Veneto. Significativa la partecipazione diretta del carissimo amico Franco Finetti, poi deceduto a Dachau, alla liberazione di Roveda dal carcere di Verona. Intanto, poiché la radio trasmittente era stata smarrita nel lancio sul Piave, venne richiesto agli alleati un nuovo lancio che avvenne alle porte di Mantova. Fra gli spari dei tedeschi, che avevano avvistato l’aereo, il gruppo Barbano riuscì a rintracciare il materiale ed i componenti una nuova missione e a portare in salvo uomini e materiale. Dopo breve attività si cominciò a temere che la trasmittente fosso già stata localizzata; di qui la necessità di trasferire la missione 26 da Verona a Mantova. Ma anche qui, nonostante i frequenti trasferimenti da un punto all’altro della città (ricordo quanti giri dovemmo fare con la valigia contenente la radio, sulla canna della bicicletta) i tedeschi ebbero presto sentore delle trasmissioni che venivano effettuate giornalmente. E un brutto giorno mentre con Roversi, Menozzi ed altri stavo recandomi ad un appuntamento in Via Corte, in casa di Don Berselli, vidi il fabbricato circondato dalle macchine della polizia tedesca e poco dopo, sotto i nostri occhi atterriti, sfilarono lo stesso Don Berselli e il radiotelegrafista sospinti sulle auto dai poliziotti della Gestapo. Più che correre a Verona per vedere di avvisare il resto della missione non fu possibile fare. Ma anche là gli arresti erano già avvenuti. Seguirono fucilazioni e deportazioni. Barbano, sebbene arrestato, approfittando di un attimo di disattenzione dei poliziotti tedeschi, riuscì a fuggire la notte stessa dell’arresto. Dopo poche ore aveva già radunato quelli dei suoi amici che ancora erano incerti se fuggire o meno. Svanita la assurda speranza di poter riprendere i contatti con gli alleati, senza mezzi, ricercati, non ci restò che, piccolo gruppo di superstiti, avviarci verso la Svizzera. Nei primi giorni la gente tranquilla, le strade illuminate di sera, i cibi ormai introvabili nel resto dell’Europa, ci diedero l’impressione di essere in paradiso. Ma trascorsi pochi giorni l’inattività ci opprimeva. Non era possibile rimanere lì inerti quando nel mondo succedevano tante tragedie. Una sera infatti fuggimmo dalla Casa del Popolo di Bellinzona che ci ospitava e, giunti a Lugano, riuscimmo a ritornare in Italia aggregandoci alle formazioni partigiane della Valdossola. Però solo io e Barbano. Gli altri furono intercettati dalla polizia Svizzera e rispediti nell’Italia occupata. I comDiti che ci furono assegnati erano diversi e quindi dovemmo separarci. Per un giovane come me arrivare in una formazione partigiana è stata una esperienza un pò angosciosa per il senso di incertezza e di isolamento che prendeva, perchè tutto era provvisorio, imorovvisato. Ti davano in mano un mitra o un fucile senza cartucce senza sapere dove andarle a trovare, senza sapere come usare l'arma e che cosa farne. Solo il tempo avrebbe potuto insegnare tante cose; ma il tempo non ci fu mentre ci fu ben presto sentore di rastrellamenti. Raccontare episodi, battaglie, morti ecc. non ha alcuna importanza perché questo fa parte di tutte le battaglie in aualsiasi narte uno abbia militato; ma la cosa che ognuno deve conoscere perchè caratterizza il movimento partigiano, distinguendolo da ogni altra azione di guerra e che solo la guerra aveva come movente, era la spontaneità e la semplicità con la quale i giovani partecipavano a queste formazioni. Ed erano ragazzi che fuggivano da casa nottetempo senza avere obblighi militari da schivare, in piena regola con la giustizia, ma spinti solo da un atto di ribellione contro la delinquenza fascista e le mostruosità naziste e dal bisogno di distinguere le proprie responsabilità da quelle del resto del popolo italiano, inerte o fa- 27