r , i « resistenti » o i politici, bensì i militari disertori, gli ebrei, i delinquenti comuni, provenienti da carceri di tutta Europa. Una vera accozzaglia di prigionieri dove si vedeva il puro idealista accostato al delinquente riconosciuto... Purtroppo il Gruppo Barbano si sciolse alla svelta. Ferraiolo e Boselli, ovvero il nostro radiotelegrafista e l’agente dellTntelli-gence Service, furono prelevati dal campo verso la metà di Novembre per essere ricondotti a Dachau e immediatamente fucilati. Rimanemmo solo Finetti, Salvadori ed io. Le condizioni di vita ci ridussero ben presto a delle larve umane. In quel frangente si salvarono i più fortunati, coloro che seppero meglio arrangiarsi. Una bibliografia, copiosa in materia, prima e meglio di me, ha descritto mirabilmente la vita nei campi di eliminazione sparsi in Germania, Austria e Polonia. Ai primi di Gennaio 1945, quando già i deportati morivano come le mosche, riuscii a lasciare le gallerie per essere assunto in qualità di infermiere-interprete del campo. Fu la mia fortuna. Lasciato il lavoro pesante, non mi restava che prestare le poche cure a disposizione ai tanti amici che stavano per lasciare questo mondo. E ben presto imparai a denunciare i decessi dopo l’ora dei pasti allo scopo di mangiare la razione spettante ai morti. E le cure consistevano in poche pastiglie, ormai inutili, e tanto unguento contro l’imbattibile esercito dei pidocchi, per cui anche l’opera dei medici del campo, pure loro deportati, era inutile. Alle morti naturali per inedia, dissenteria, collasso, s’aggiungevano quelle per impiccagione o fucilazione riservate agli evasi catturati, ai piccoli ladruncoli (e chi non era un ladro, nel campo, nel tentativo di sopravvivere ?). E quelle conseguenti alle bastonate dei capi, degli assistenti ai lavori, ai morsi dei cani poliziotti. Per cui, quasi inattivo e libero di girare per il campo, con la poca forza rimastami, mi dedicai a redigere un ruolino dei decessi dei cari compagni italiani nel periodo dal Dicembre 1944 al Febbraio '45. Non era ancora giunto il tempo delle grandi stragi, almeno nel campo che mi ospitava, e pertanto i decessi potevano essere seguiti uno per uno. I forni crematori erano in attività solo per bruciare i cadaveri e le camere a gas non esistevano. E forse debbo a ciò se ho portato a casa la pelle. Infatti alla fine di Aprile noi pochissimi sopravissuti eravamo in condizioni pietose, quasi non si riusciva più a camminare. Eravamo costretti a dormire in terra non avendo più la forza di salire sui castelli dei pagliericci. Venne finalmente la fine di Aprile e la fine della prigionia con la liberazione da parte delle truppe francesi e l’immediato ricovero nel locale Ospedale Civile. Il 30 Agosto, dopo un anno esatto dall’arresto, ritornai a Mantova a fianco del caro Barbano, che si era precipitato a Milano per ricevermi al rientro dalla Germania. 32 NW/7/ WWW Il ruolino dei morti che riuscii a portare in Italia, fu preziosissimo; consegnato alla Croce Rossa Italiana, servì per avvertire le famiglie ed, in un secondo tempo, per far rientrare in Italia i resti di tanti cari compagni inumati poi nel Sacrario ai Caduti di Brescia. La fortuna che ha arriso ai reduci ritengo sia stata sempre aiutata da una grande forza di volontà, da una grande fede nell'avvenire. Ho sempre ritenuto i prigionieri divisi in due categorie: coloro che volevano ritornare, che si arrangiavano, che avevano il tempo di sorridere; e coloro che si sono smarriti fin dall’inizio, uomini che pur dotati fisicamente, si sono smarriti nel marasma del Lager, che non hanno avuto fiducia nelle proprie forze. E sono morti, tutti, e fra questi anche gli intimi amici del Gruppo Barbano: Franco Finetti e Aldo Salvadori. Gente che invece era sicura di ritornare, che faceva progetti anche quando si moriva come le mosche: ebbene sono ritornati quasi tutti. E in quello stato d’animo sono sempre stato anch’io ; mi sentivo sicuro di tornare a casa. Ed al mio ritorno ritrovai anche l’amico Don Costante Berselli che nel frattempo era rimasto nel campo di Dachau. Se il Lager non ha spento le vite dei sopravvissuti, su gran parte dei reduci ha lasciato impronte indelebili, principalmente nello spirito. Ben pochi infatti amano riparlarne e pochi, dopo tante sofferenze, si sono dedicati alla vita politica attiva. Casualmente e fortunosamente ho riportato a casa la giacca della divisa a zebra che io portavo a Dachau e a Uberlingen; sono onorato di donarla al Museo del Risorgimento a imperituro ricordo dei famigerati Lager che il nazismo creò per effettuare il colossale genocidio di sei milioni di uomini. Rag. TINO BECCARI D. Giudizio sulla situazione nell’Italia meridionale alla data dell’8 settembre 1943. Battaglia di Montelungo, 8 dicembre 1943. Giudizio militare ed umano sui bersaglieri. Operazioni militari fino a Bologna liberata. Valutazione del comportamento delle popolazioni in alta Italia. Io per temperamento sono un lavativo e perciò come tale ho la buona abitudine, molto personale, di dimenticarmi delle cose brutte e anche delle cose belle; è una noia ricordarselo. Però ce una cosa ch’io non ho mai dimenticato: è stato il mattino del- 33