spicciolata ci portammo nella zona di Zambia Alta, nella zona delle miniere del Monte Arerà e là ci organizzammo. In attesa dei lanci che tardavano a venire, ci facemmo armi ed equipaggiamento disarmando e spogliando di pantaloni e scarpe, quanti fascisti repubblichini riuscivamo a prendere all’uscita delle stazioni ferroviarie, ciò per evitare rappresaglie alla popolazione. Inutile parlarvi di mitra, di fame, di pidocchi, di tradimenti, di spie e di tutto il triste bagaglio della guerra civile. Di queste penose cose credo ne abbiate sentito abbastanza. Posso dirvi solo che riuscimmo a creare una zona libera che si estendeva da Nossa in Valse-nana alla Valle del Riso e l’Alta Valserina, dove la popolazione montanara potè vivere in pace, al riparo delle malefatte fasciste. Col passare dei mesi la Brigata s’ingrossò e diventò la Divisione Fiamme Verdi « Fratelli Calvi » (in nome di tre fratelli Alpini bergamaschi caduti in guerra). Dopo un primo lancio andato male per la distruzione del « Liberator » che si schiantò distruggendosi totalmente contro una cima, ricevemmo un buon secondo lancio con molte armi e fummo raggiunti da un « Commando » inglese di 5 elementi molto in gamba paracadutati con radiotrasmittenti in zona. E finalmente giunse il momento di puntare su Bergamo: in unione alla divisione « 24 Maggio » Giustizia e Libertà e al gruppo Garibaldino di Paganoni scendemmo a valle e liberammo la città, tre giorni prima dell’arrivo degli alleati. Bergamo fu ripulita, molti tedeschi con le loro armi furono fatti prigionieri, e anche dei fascisti, ma di questi non molti perchè la maggior parte erano fuggiti senza combattere, dopo aver fatto tanto male. Ricordo un piccolo episodio: una nostra pattuglia, in una villa occupata da un ministro della repubblica di Salò, trovò la documentazione delle disposizioni del governo fascista repubblichino, che predisponevano la distruzione delle centrali elettriche orobiche e di quanto era indispensabile per la vita degli stabilimenti industriali dell’Italia Settentrionale. Liberata Bergamo tornammo in montagna, e secondo gli ordini, smobilitammo. Cercai di trovare un lavoro a quelli dei miei uomini che non avevano una sistemazione; in questo trovai comprensione sia a Bergamo che in Valle, come sempre durante il lungo periodo della Resistenza trovammo aiuto e conforto da molti particolarmente dai più umili. Poi ci salutammo e tornammo alle nostre case con nel cuore la speranza di un’Italia diversa, migliore e pulita. Ma i trasformisti ci sono ancora e la speranza in un mondo più buono e più pulito ha ceduto il posto alla delusione. Buona sera.