e atti di coraggio, noti ed ignoti, vissuta e sofferta negli anni della sopraffazione, negli incendi e nelle distruzioni delle case private, delle cooperative, dei sindacati, nelle bastonature, nel carcere, nel confino. E' ancora e sempre lotta per la libertà, per la difesa della dignità umana, che ha la sua conclusione nel movimento di liberazione. L’ultimo ventennio vede i Mantovani, singolarmente e nella comunità, nelle pubbliche amministrazioni, dediti ad una laboriosa attività, per la conquista di un benessere sociale, per il rilancio della propria terra e della città, per un miglior riassetto della vita e della collettività cittadina lungo la scala dei valori di civiltà che si conquistano giorno per giorno, per il riscatto ancora delle ultime servitù militari, residuo retaggio di quella formula di città fortezza che fa parte del passato e che i Mantovani vogliono definitivamente scrollarsi di dosso. Per qualche cosa che abbia il ricordo e il sapore sempre meno di guerra e sempre più di pace. Così le varie generazioni di Mantovani, hanno speso questi ultimi cento anni. Nomi e riferimenti si affollano alla mente, ma la memoria tradirebbe, con ingiuste omissioni. Nel pregarLa di voler accettare un modesto omaggio, ma tanto ricco di valori spirituali, che è simbolo della nostra storia risorgimentale: il Confortatorio di Mons. Luigi Martini, io formulo l’auspicio che Ella, Signor Presidente della Repubblica, abbia occasione, in un futuro non troppo lontano, di onorarci di un'altra visita, in un incontro tutto per Mantova, magari a coronamento di una di quelle grandi opere idrauliche di navigazione che sono viva speranza e aspettativa per tutti noi, ma cui soprattutto dedichiamo le nostre energie, consci che ad essa è legato l'avvenire e il benessere della nostra città. Noi amiamo chiamarla la grande strada che cammmina. A nome della città rinnovo ¡I saluto al Presidente della Repubblica, ai rappresentanti del Senato, della Camera, del Governo, alle autorità civili, militari ed ecclesiastiche, ed ai graditi ospiti del Convegno Storico. La risposta del Presidente GIUSEPPE SARAGAT Signor Sindaco, Signori ! Mantova, che l’Italia saluta oggi a mio mezzo come da cento anni italiana, è in realtà italiana da due millenni, nel sentimento di tutti noi, nel ricordo di Virgilio, il « gran Mantovano ». Da un senso di comunione assai remota, dal profondo dei tempi, sale dunque questo saluto degli italiani rivolto a voi, cittadini di Mantova, nell’anno centenario di queM'unione che era scritta nel libro delle cose reclamate e giuste e alle quali la storia deve rendere giustizia. Ma quando il processo di formazione dell’unità italiana fu avviato, quante volte fu rinviata la data dell’unione con la Patria comune ! L’avversità della sorte, caparbiamente, frustrava i tentativi dei vostri e dei nostri avi, di qua e di là dell’innaturale frontiera. Le battaglie non valsero, anche quelle già vinte, e occorreva ancora attendere, soffrire e perseverare. Costò l'attesa infiniti sacrifici, lotte, martirii, dei quali è testimonianza e sintesi quella che Lei Signor Sindaco, carduccianamente ha chiamato l’ara di Belfiore. Così, oggi, non è solo l’anniversario dell'unione realizzata che noi celebriamo, ma anche, e forse più, tutto il lungo calvario che la precedette e che rese ancor più prezioso e meritato il premio, l'avverarsi della speranza. Perciò noi ricordiamo oggi con riverenza, con gratitudine, coloro che si immolarono o che patirono in carcere, le persecuzioni, l’esilio, affinchè quel giorno spuntasse. Noi viviamo da cento anni dei frutti dell’opera loro. Ma sarebbe mortificare la nostra celebrazione se ci limitassimo a questo. Il Risorgimento, per noi, ha senso solo se lo consideriamo come alto, perenne esempio di civile virtù. Non cercavano i nostri martiri, non cercavano tutti i martiri d’ogni regione italiana se non di affermare il diritto dell’Italia, di essere l’Italia : un ideale di libertà secondo giustizia, valevole per tutti i popoli, non solo per il nostro, e valevole identicamente per ogni individuo. Perciò i nomi dei patrioti mantovani, che voi ben conoscete — i nomi di Arrivabene, Predieri, Valenti; e poi ancora di Giuseppe Finzi e Attilio Mori (accusati di « clamori con evviva e brindisi alla nazione italiana » !); e infine i nomi della tragica lista dei Martiri di Belfiore, da Pier Fortunato Calvi al Sacerdote don Enrico Tazzoli — iscrivendosi nel grande albo del martirologio italiano, sono nomi di eroi, la cui eredità è a noi affidata. « Cadendo rovesciarono il carnefice », è scritto nella lapide dei Caduti a Belfiore. Fu udita la loro voce e ripreso il Icro ammaestramento quando giunse l'ora di ridare all’Italia la libertà che le era stata usurpata. Si ristabilì allora la continuità ideale fra le generazioni del primo e quelle del secondo, recente Risorgimento. Noi dobbiamo impegnarci ad ispirare la nostra azione a tanto nobili ideali. 5