La città si è venuta pertanto a trovare al punto di incontro di due contrastanti e minacciose correnti, luna discendente dal Garda, l’altra risalente dal Po; e il livello delle acque nei periodi più piovosi andava a toccare quote sempre più alte anche in relazione all’innalzarsi degli argini, in esecuzione di un piano di contenimento delle piene che si cominciò ad attuare attorno al 1500. L’alterno o concorrente gioco delle piene, fece poi sì che nell’alveo del fiume e nei bacini adiacenti, si depositasse in misura vieppiù crescente quello strato di limo che ha notevolmente contribuito, in uno con gli scarichi, e delle industrie e delle fognature, a trasformare le sponde dei laghi in maleodoranti paludi. Quando nel 18° secolo il territorio di Mantova passò a far parte del Lombardo-Veneto e venne in pratica a cadere ogni ragione di difesa militare della città, il problema dei laghi si presentò in certo senso semplificato: si limitava cioè ad un problema di risanamento attraverso la regolarizzazione delle acque. Cominciarono così gli studi e i progetti attorno a due operazioni fondamentali: liberare anzitutto i laghi dalla influenza delle piene del Po e dei lago di Garda; consentire in secondo luogo ai laghi stessi un autonomo funzionamento tale da garantire stabilmente, da un lato, l’aspetto paesistico e dall’altro la salubrità della città e delle zone adiacenti. E diciamo subito che i progettisti si ispirarono sostanzialmente a due concetti: alcuni previdero la conservazione dei laghi, altri la loro soppressione e la canalizzazione del Mincio. Varie furono nei vari tempi le concrete soluzioni proposte e lungo diverrebbe il nostro discorso se indugiassimo ad illustrare i molti progetti che studiosi, mantovani e non, sono venuti apprestando negli ultimi tempi. Ricorderemo qui alcuni tra i nomi più illustri come il Lorgna, il Masetti, il Chas-seloup, l’Ardigò; vale la pena ricordare che questo ultimo proponeva la radicale eliminazione dei laghi, la costruzione di un diversivo a sud ovest della città lungo il Paiolo fino a sboccare a valle della diga Masetti-Chasseloup, diga che avrebbe avuto il compito di contenere le acque rigurgitanti dal Po. A lor volta il lago di Mezzo e quello Inferiore avrebbero scaricato a mezzo di piccolo dugale nel Fissero-Tartaro, con botte sifone sotto il suaccennato diversivo. Ricorderemo ancora fra gli altri il Lodi, che propose la costruzione della difesa perimetrale di Mantova, in seguito attuata, il Panini e l’Averone. Il Comune di Mantova nel 1910 assumeva l'iniziativa di affidare ad una commissione di tecnici il riesame del vessato ed insoluto problema. Solo qualche anno più tardi e dopo la grande guerra, la Commissione presentò diverse soluzioni (sette per la precisione a firma degli ing. Arrivabene e Villoresi, nelle quali era sempre prevista la canalizzazione dei laghi. Ma le opere non cominciavano e si è avuto quindi ancora un progetto dell’Ufficio del Genio Civile di Mantova che poteva considerarsi come variante dei precedenti e nel quale la quota di bonifica, in conformità ai suggerimenti del Ministero dei Lavori Pubblici, veniva prevista a quota 12,50 e non più a m. 13,50. Ancora un ultimo progetto del Comune con gli ing. Villoresi, Arrivabene e Ploner e si arriva al piano generale del Magistrato alle Acque di Venezia, NELL'ICONOGRAFIA DEI LAGHI Una incisione del 1630, durante l'assedio dell'Esercito Imperiale.... e un disegno del Guesdon dei primi del 1800