Il ruolo svolto dall’Istituto Provinciale per l’Infanzia « Dr. E. Soncini » in rapporto all'assistenza in provincia di Mantova è già stato efficacemente descritto su questa stessa rivista (n. 3 dell’agosto 1963) dal chiarissimo Dote. Antonio Fucci. Non è dunque il caso di riproporre tale tematica anche perchè in questi ultimi anni molti termini si sono venuti modificando in modo radicale. Del resto, in presenza di una grossa innovazione metodologica quale è !a politica di piano, è ormai indispensabile riconsiderare i problemi del settore in un contesto più ampio per cercare di delineare soluzioni meno effimere di quanto non sia accaduto in passato. L’assistenza all’infanzia, a differenza di molti altri problemi, è abbastanza conosciuta oggi anche in Italia per la presenza di un certo numero di studiosi di considerevole levatura e per l'insistente opera divulgativa esercitata negli ultimi tempi dai mass-media. Lo stesso Piano Pieraccini (Cap. VII” - Sicurezza Sociale) esprime una sicura consapevolezza dei problemi proprio per l'avanzatissimo stadio degli studi sull'argomento. Non mancano, assieme alle indicazioni pratiche ed alle sistemazioni scientifico-dottrinarie, i dati economici della situazione. Il più vistoso e caratterizzante è questo: vi sono in Italia oggi 40.000 enti che si occupano di assistenza. Un coro massiccio di 40.000 organizzazioni, 40.000 consigli di amministrazione con molta confusione e poca, pochissima assistenza. una società Un'elemosina mal distribuita l’ha definita qualcuno e in realtà il quadro generale è estremamente squallido. Pochi e isolatissimi tentativi di intelligente ipertura (gruppi famiglia all'IPAI di Bologna, Centro Pilota al Villaggio del Fanciullo di Milano e qualche altra esperienza) sottolineano icasticamente l’incredibile deficienza delle situazioni medie. E' comunque dalle situazioni medie che bisogna partire per inquadrare concretamente le linee di tendenza del Moloch assistenziale italiano che da tempo gli esperti hanno individuate. Anzitutto va segnalato come gli Istituti svolgano attualmente, più che altro, l'allevamento del bambino per più ragioni in condizione di ricovero a ciclo completo: elargiscono cioè assistenza sanitaria, vitto e alloggio. Fino a qualche tempo fa tutto questo si poteva considerare soddisfacente per l’impellente stato di necessità dato dalle condizioni economico-ìociali del Paese, mentre non lo può più essere ora per il sopraggiunto massiccio — anche se disordinato e convulso — miglioramento generale delle condizioni di vita. Conseguenza logica di questo sviluppo socio-economico è la progressiva e costante diminuzione degli accoglimenti negli Istituti nipiologici ad eccezione, naturalmente di quelli delle città a forte flusso immigratorio (Torino, Milano, Genova, etc.) Da qui le vicissitudini finanziarie comuni a tutti o quasi gli istituti che si trovano così inibiti per qualsiasi movimento che esuli dall'ordinaria mministrazione. Dalla constatazione superficiale di questo fenomeno — in sè altamente positivo — molti amministratori e molti burocrati derivano la convinzione che si debba risolvere in senso liquidatorio la crisi degli istituti per l'infanzia. In realtà una risoluzione siffatta peccherebbe scopertamente di semplicismo e i Itre tutto si porrebbe in aperto contrasto non solo con un orientamento di rssponsabile innovazione ormai acquisito a livello culturale e politico, ma anche con la realtà economica della assistenza sociale. L’impoverimento delle presenze negli Istituti per la prima infanzia, a parere dei più accreditati esperti, apre una fase nuova nel l'assistenza. Vale a dire il passaggio da una politica basata sul puro e semplice allevamento ad una politica fondata su un’assistenza integrale, aggiornata nei metodi e strumental-r ente adeguata ai bisogni. Un indirizzo cioè più aderente alle esigenze di un Paese di civili aspira-z oni che evidentemente non può permettersi di sperperare, ma deve invece ii vestire in modo oculato e producente. Migliorando l'assistenza si compie un ir vestimento altamente produttivo perchè si restituiscono alla società valide unità lavorative e non già dei relitti destinati a divenire, loro malgrado, profes-s onisti della pubblica beneficenza. A questo orientamento di azione in senso qualitativo è però necessario che s accompagni un impegno di razionalizzazione condotto con sollecitudine e con rigoroso rispetto degli interessi generali della comunità. In altri termini occorre ricondurre i servizi ai bisogni allargando il campo d’intervento a livello provinciale e, se del caso, interprovinciale o regionale. E’, infatti, nella riconversione delle organizzazioni verso altri settori assistenziali che è possibile conseguire apprezzabili e concreti risultati senza impegnare fuor di misura le tribolate finanze degli Enti locali. 25