Nel campo del lavoro i dati più interessanti sono l’incidenza del 43,4% dell’occupazione dell’industria sull’occupazione totale, il 10% nell'agricoltura, con una agricoltura che è la più progredita del Paese. Il reddito pro-capite nel 1965 era di quasi 900.000 lire contro una media nazionale di 612.000 lire. Al di fuori dei puri dati statistici la situazione è meno rosea soprattutto sotto il profilo della interdipendenza tra evoluzione del sistema economico e sviluppo civile. Si profila un'accentuazione dei problemi dell’occupazione per impreparazione alle nuove esigenze tecniche ed organizzative. Nell’area metropolitana di fronte ad una disoccupazione dell'industria del 5,5%, si denunciavano 3.517 posti vacanti nei settori in più forte sviluppo, non coperti per mancanza di adeguate specializzzazioni e qualifiche. Giocano negativamente i fattori dell’insufficienza dei trasporti per i pendolari, dell’inadeguatezza delle abitazioni nelle periferie, la frequente durezza di condizioni contrattuali in una regione che pur vanta una forte tradizione sindacale, ed il grosso problema delle forti immigrazioni negli anni recenti. Le attività commerciali sono condizionate dall’assetto territoriale. Quelle all'ingrosso in processo di concentrazione. Quelle al dettaglio sono in netta prevalenza piccole, con problemi analoghi alla polverizzazione in agricoltura. In particolare l'agricoltura è caratterizzata da un alto grado di progresso (alta produttività per ettaro). La produzione lorda vendibile è stata nel 1965 pari al 10,2% di quella nazionale, su un territorio pari al 6,9% di quello nazionale e con un numero di addetti pari al 6,1% di quello nazionale. Le forze del lavoro in agricoltura negli ultimi quindici anni sono passate dal 19,8% al 9,5% E questa tendenza non si è ancora esaurita. Da una parte si può dire che l'agricoltura raggiunge gradi di maturità. Dall'altra si aprono nuovi problemi di travasamento di mano d’opera sull'industria. Il tasso medio annuo (negli ultimi dieci anni) di riduzione degli addetti in agricoltura è stato del 7,2%. Ne è risultata una graduale femminilizzazione e senilizzazione delle forze del lavoro agricole. Molte famiglie di coltivatori sono senza giovani, col grosso problema del fatale abbandono della terra. I rimedi che possono frenare l'abbandono e la fuga, sono la preparazione professionale e il miglioramento delle residenze. Abbiamo parlato di polverizzazione; il 95% del numero delle aziende non arriva ai 20 ettari e occupa il 43% della superficie. Solo lo 0,45% delle aziende supera i 100 ettari e occupa il 24% della superficie. I diversi territori presentano presentano poi rilevanti problemi di ricostruzione e di razionalizzazione. Sia in montagna coi pascoli sia in collina con una economia non competitiva, sia in pianura con l’alternativa fra colture cerealicole e orientamento zootecnico. Si può dire che le attività economiche in Lombardia sono sviluppate, sono all’avanguardia per produttività e per reddito, ma hanno in prospettiva, e già vivono, il dramma di gravi problemi. Lo sviluppo economistico genera e palesa le stesse ragioni della propria crisi. La possibilità di superarla dipende dalla efficienza operativa delle istituzioni, dalla loro capacità ed autorità nel l'orientarne lo sviluppo. Le amministrazioni pubbliche lombarde hanno una tradizione di efficienza e di correttezza. In genere anche la situazione dei bilanci degli enti locali conferma il giudizio. E non è certo il fruttodi una politica di lesina. La quasi totalità dei mutui degli enti locali lombardi (745 miliardi nel 1965) è destinata a sostenere attività propulsive, e solo l’1,85% a sanare squilibri di bilancio. Gli enti locali hanno condotto un immane sforzo per sostenere lo sviluppo economico riuscendo a mantenere un proprio equilibrio interno. Ma c'è un deficit sociale che incombe su di essi e può portarli al dissesto. Il documento si chiede: possono i Comuni risolvere i gravi problemi come l’istruzione? come la motorizzazione? possono veramente orientare gli insediamenti industriali e quelli financo residenziali? Gioca il contrasto fra la dimensione dei problemi e quella degli enti locali. Dei 1.541 Comuni lombardi, 1.433 non raggiungono i 10.000 abitanti, 1.037 non arrivano a 3.000 abitanti; 794 non arrivano a 1.000 abitanti. Non si critica certo la vitalità e lo spirito di autonomia. Sta di fatto che fra queste piccole comunità e lo Stato non esiste altra entità intermedia dotata di potere adeguato. La Lombardia è cambiata radicalmente negli ultimi 20-30 anni. Ha diminuito molto i suoi addetti all’agricoltura. E’ aumentata la popolazione per forza demografica e per forza immigratoria. Si è data una struttura industriale, ha moltiplicato la motorizzazione, ha espanso i consumi. Il piano non formula giudizi sulle responsabilità degli squilibri che ne sono nati neM'organizzazione sociale e civile. Oggi tuttavia ce una dimensione nuova, quella regionale; ce un metodo nuovo, il piano. Senza obiettivi comuni, noti e di sufficienti dimensioni, non si compongono le molteplici spinte, i molteplici interessi, spesso inevitabilmente competitivi che sempre compongono una società pluralista come la nostra. Soprattutto, non si compongono se non nel modo voluto dai più forti, i quali, nelle società industriali, non sempre sono gli autentici interpreti della volontà generale e anche solo della maggioranza. Si possono prefigurare vari tipi di piano. Ma per vari motivi molti devono essere scartati. Il Comitato ha optato per un tipo di programma che si limita da una parte a studiare i problemi emergenti della regione lombarda ed alcune linee di interventi ritenute possibili ed essenziali ma che si preoccupa successivamente di sottoporre il tutto al vaglio di controlli atti a garantire la validità dell’impostazione generale. Per due ordini di problemi si è concentrata l’attenzione: assicurare lo sviluppo culturale e civile del cittadino, eliminare lo squilibrio fra la spinta tradizionale del settore produttivo e la inadeguatezza delle strutture organizzative della vita associata. Il piano intende altresì evitare due errori: una Lombardia estremamente avanzata, costi quel che costi a sè ed agli altri; una Lombardia socialmente ed economicamente depressa per un male inteso appiattimento medio. Indubbiamente il capitolo più interessante è quello che riguarda le vere e proprie proposte di intervento. Nei limiti degli obiettivi prioritari si dovrà perseguire una più equa distribuzione degli standard dei consumi civili, particolarmente nelle zone che sono sotto tutti i livelli regionali e nazionali ritenuti accettabili e si dovranno assu-