I giovani artisti oggi hanno degli strani atéliers. La letteratura ci ha abituato a pensare all'artista situato in spaziosi studi, spesso freddi d’inverno, sotto i grandi lucernari all’altezza dei tetti. Oggi gli artisti giovani, la « nouvelle vague », non sono, quasi mai, sistemati così e tale sistemazione è l’eccezione che l’artista subisce. L’atélier è piccolo, intimo, spesso coincide con l’appartamentino abitato dallo stesso artista, che a stento riesce a situare la grande tela nella cameretta dove dipinge: lui solo con la grande tela davanti. Queste due presenze sono essenziali, il resto non conta, che come strumento per dipingere. L’artista oggi, come mai prima trova l’ispirazione entro sè e da se trae i motivi del suo racconto. Così mi è parso Olivieri nel suo studio a Milano quest'inverno; con tanti pennelli, colori in tubi e in barattoli e tele, che a stento si spostano nelle strette camerette quando il pittore è costretto a distendere per terra le sue carte dipinte per illustrarle all’occasionale visitatore, che sale fino a lui come è capitato a me. Tanti libri completano il claustrale arredamento di questi giovani pittori che, sempre aggiornati sulle più recenti estetiche, teorizzano sull’arte in genere e in particolare sulla loro arte con estrema informazione e precisione, con ricchezza di idee e proprietà di linguaggio. In certi si arriva ad una espressione pensata, calibrala, precisa per una poetica teorizzata a priori dall'artista che si seprime non solo con forme o colori, ma anche con « manifesti » che programmano e diventan necessari alla comprensione del discorso pittorico. E’ difficile a questo punto dire dove finisca il teorico, dove cominci il pittore ed è difficile dire quale sia la capacità autonoma di durare di un’espressione a cui necessita sempre un momento teoretico che la giustifichi. Si fa filosofia, sociologia e politica in un campo, quello dell’arte, in cui l'autonomia dovrebbe essere un requisito essenziale e gli strumenti, che il tempo e l’ambiente man mano forniscono, devon essere usati dall’artista per la realizzazione della sua opera e non devon, viceversa, strumentalizzarla con la conseguente caducità dell’espressione, che altrimenti rimarrebbe valida finché regge lo strumento o l'ambiente in cui si realizza. Mi pare che Olivieri, nel motivare la sua pittura, esprima questa posizione, quando esamina criticamente i risultati della neofigurazione « ...Nè mi pare che i risultati della neofigurazione ...sian tali da far considerare questa tendenza qualcosa di più di un semplice tentativo... » e, continua chiarendo, « ...Da troppo tempo, d'altronde, la capacità di eversione di questa avanguardia si rivela solo apparente. I suoi esiti sono vistosi, ma tutti di superficie... Le sue dichiarazioni e i suoi programmi si demistificano da soli con la pochezza, a guardar bene, scoraggiante dei loro risultati, che posson accecare, aggredire, ipnotizzare, ma mai rivelare qualcosa di più di quanto il « programma » di lavoro aveva previsto... A tale posizione, Olivieri oppone dialetticamente i motivi del suo operare « ...Vorrei servirmi del materiale più semplice e al tempo stesso più clastico, più forgiabile, più condizionabile da me che lo uso... Una necessità di definizione dello spazio mi ha portato a valutare tutto ciò che va oltre un fenomeno di superficie; e si è formata in me una necessità di superamento dello spazio come cavità o come piano o come complesso di piani in certo modo delimitati. Spazio e cose mi appaiono in un unico fiotto, come una sola pulsazione, che trascina con sè l’accadere e il formarsi, il precipitare e il deporsi in elementi frammentari, che trovano la loro corrispondenza, non per virtù compositiva, ma per una specie di gravitazione, un magnetismo attrattivo e repulsivo, pronto a compromettersi in caos, a rientrare nell’indistinto, nel limo della mia coscienza del mondo da cui era nato. Lo spazio è un flusso incamminato in tutte le direzioni, unito e contemporaneo alle cose — oggetti — frammenti che porta con sè. Si tratta di trovare il punto di « fissione » di questi elementi... si tratta di far cagliare punti consistenti, nodi di razionalità; di sottrarre a questo passare incessante e indifferenziato di materia un minimo di concretezza... ». Al programma dei gruppi, Olivieri oppone la difficoltà di trovare il punto di « fissione », difficoltà impossibile da programmare e il cui superamento rivela sempre l’artista. Il critico Guido Ballo, nella presentazione della Mostra di Olivieri all'Annunciata nel 1960, dice che il nostro tempo è la fine del felice periodo in cui « ...il giovane (artista) trovava nella bottega del Maestro di che apprendere il mestiere, cultura ed altro: erano tempi in cui l’unità della cultura non era scossa da continue crisi. Diventava facile a chi avesse vero talento liberarsi a poco a poco degli influssi del Maestro e trovare la propria voce. Ma oggi? i linguaggi, in una stessa epoca sono contrastanti; tale molteplicità deriva dalla crisi della coscienza moderna l’artista cerca nuove vie attraverso l'invenzione anche di nuove lingue. Può esser un equivoco, d’accordo, le poetiche generano una quantità di miti. Ma questo equivoco dura da più di mezzo secolo... Il fatto è che ogni linguaggio, nel mondo contemporaneo, è portato alle 38 estreme conseguenze e si brucia presto, diventa subito vecchio ...La ragione c'è... l’arte intesa come puro lirismo, non può che bruciare continuamente ogni linguaggio, inseguendo il mito di una purezza incontaminata. Da qui il continuo« sperimentare » dell'arte moderna... ». E' questo il punto in cui Claudio Olivieri, nella sua critica alla neofigurazione, incontra il Maestro G. Ballo e la giustificazione del suo operare. LUIQI FRACCALINI CLAUDIO OLIVIERI "Spazio dissolto„ - Biennale 1966 - olio su tela - 130x150 (Gali. La Robinia - Palermo)