- —- •- • • Cd . \V : , VI NOI ZIO NO D ARI P ESENTI - Vicolo Leon d'Oro di notte ■ Olio su tela (1900) In questo periodo l’attività di pittore e di scultore di Vindizio Nodari Pesenti è di primo piano nell’ambiente provinciale mantovano, che riceve da questo artista un apporto qualitativo più ampio dei ristretti limiti di una cultura provinciale, anche se nel suo complesso (esclusi gli anni della giovinezza) risolve quasi tutto il suo operare a Mantova. Non si deve, con ciò, credere che il pittore non si muovesse dalla sua città, anzi potrebbe esser considerato, in questo senso, un irrequieto: ricordiamo che passò la giovinezza a Firenze presso lo zio Domenico, poi passò a Parigi, indi a Milano e infine a Mantova. Il soggiorno mantovano è stato di frequente interrotto da viaggi e soggiorni, specialmente presso la prediletta Venezia. Il suo muoversi è un cercare nuovi contatti, nuove esperienze, aggiornamento di un artista insoddisfatto: è necessario che l’artista esprima col linguaggio del suo tempo una realtà, che con ritmo incessante si rinnova e dalla quale trae con fedele costanza i suoi motivi. Di una vita artistica piuttosto intensa ci rimangono, oggi, poche notizie biografiche; nessuno ha scritto dell’artista in maniera organica, preoccupandosi di fissare i vari momenti di una ricchissima produzione, per ravvisare le tappe di un discorso, che un'eventuale dispersione delle opere renderebbe irrecuperabile. Ciò che è stato scritto su di lui, e che io conosco, è un susseguirsi di lodi ed entusiastici assensi e basta. L’artista è passato a otto anni, orfano di madre, dalla modesta Medole a Firenze presso 10 zio pittore. Ivi la sua precoce sensibilità di artista trova l’ambiente più favorevole al suo formarsi, sia per l’apprendimento del mestiere, che per la formazione del gusto, e, se anche è rimasto fondamentalmente un autodidatta (non ha mai saputo piegarsi alla disciplina di una scuola), dalle prime opere, che ancora ammiriamo nella sua casa, si vede quanto deve allo zio, dal quale si staccherà dopo l’esperienza parigina. Perciò, ancor giovanissimo, Vindizio Nodari Pesenti ha colto quei riconoscimenti, che, per la maggior parte, sono raggiunti da artisti più maturi. Tra le opere che conosco mi pare che il punto di partenza della pittura dell’artista sia 11 bellissimo autoritratto giovanile, in cui l’ancor diciassettenne pittore esprime se stesso in un’opera, che è il risultato di un mestiere già espertissimo: è questo un lavoro maturo, sia nella concezione che nell’esecuzione, non più scolastico o di studio. Dallo zio ha imparato il mestiere con puntiglio e scrupolo non soliti alla sua età, infatti non è facile superare difficoltà tecniche, come la perfetta somiglianza, non solo fisica, quale appare dal giovanile autoritratto; oppure realizzare certi effetti di luce e buio, come nel particolare dell’ingresso di Vicolo Leon d’Oro di notte in un grande quadro dipinto agli inizi di questo secolo, poco dopo l’autoritratto. La maturità che queste opere esprimono va al di là di un’espressione puramente epidermica, piacevole, se si vuole, ma sterile sul piano estetico, se fine a se stessa. L’autoritratto giovanile esprime, attraverso la perfetta somiglianza, la decisione, la sicurezza di sè proprie di un giovane che guarda al mondo, quasi a sfidarlo. La somiglanza fisica si accompagna, cosi, ad un perfetto ritratto psicologico. Un discorso analogo si può fare anche per il citato: ingresso di vicolo Leon d’Oro di notte. La sera è buia, a stento illuminata dalle fiammelle a gaz dei lampioni; il pittore esprime, in quest'opera, la sua abilità nel modo di render l’ambiente (prospettiva, disegno, colore, effetti luce, ecc...), che però non è da ammirare solo per il risultato tecnico perfetto: abbiamo anche un quadro di costume che esprime un’epoca, che lo stesso artista sente sfuggire. L’esperienza parigina è ormai prossima e con questa il giovane si lascia dietro tutto un mondo. Non conosco, perciò mi spiace non poter presentare l’opera « Il Duomo di Milano », che col descritto autoritratto giovanile è stata esposta alla Mostra Internazionale di Firenze, dopo aver superata una severissima selezione. Queste opere (parlo di quelle che conosco) risentono dell’influsso dello zio e si svolgono, se si esclude una maggior vivacità e scioltezza, nell’ambito di una concezione figurativa ancor legata a moduli ottocenteschi. E' necessaro, però, avvertire che se il nostro pittore non è stato mai capace di sottomettersi ad una disciplina scolastica di qualsiasi genere, la sua educazione artistica, come ho già detto, è legata alla zio Domenico: perciò se il giovane Vindizio Nodari Pesenti è stato, secondo la concezione tradizionale, un autodidatta, suo zio è stato per lui ur vero Maestro. La contraddizione, in questo discorso, è solo apparente. Il soggiorno parigino negli anni 1903-04-05 trasforma il pittore: è ancor giovanissimo e il contatto con le avanguardie più attive del tempo lo aggiorna e gli dà una pennellata vivace per un colore più sciolto, che decisamente lo porta fuori da quei moduli nei quali aveva colto i primi significativi riconoscimenti. Il pittore è ora aggiornato anche se la sua pittura è lontana dalle eversive audacie della Parigi del suo tempo; un fondo conservatore è in lui e, se pur gli permette frequenti aggiornamenti tanto da esser sempre attuale, lo trattiene su un binario abbastanza convenzionale e, pur nella sua originalità espressiva, facilmente comprensibile. Per questo il pittore ha un successo facile ovunque operi, infatti a Parigi vive facendo ritratti su commissione (ne lascierà una ventina) e, a quanto mi dice la signora Licia son stati numerosi e di successo. L’ambiente parigino è ancora sotto l’influenza degli Impressionisti; Cèzanne muore nel 1906 dopo aver proposto, nelle sue ultime opere, i motivi del « cubismo » e i « fauves » preparano la loro prima mostra che procurerà l’appellativo che ancora li designa, mentre Picasso vive le ultime esperienze dei periodi bleu e rosa preparandosi con Bra-que, dopo la lezione di Cezanne, al « cubismo ». Ma a Parigi vivono ed operano anche artisti italiani e fra questi c’è Semeghini, mantovano come Vindizio; tra loro nasce una stretta e sincera amicizia, come appare dai taccuini del pittore. La conoscenza e l’amicizia di Modigliani e dei « futuristi », specialmente di Marinetti e di Boccioni, fanno pensare che il soggiorno parigino si sia protratto oltre il 1905, ma non ho trovato dati su cui appoggiare questa mia supposizione. Si può anche pensare che se il soggiorno a Parigi è stato interrotto nel 1905, il pittore poi, saltuariamente e in periodi di- versi, sia stato ancora ospite della favolosa città. L’amicizia con Modigliani era ricordata consimpatia da Pesenti che dell’amico metteva in evidenza generosità e sregolatezza, caratteristiche del suo genio, oramai diventate leggenda. Non mi pare, però, che dell'amico tragga più che il ricordo generoso; l’influsso artistico di Modigliani su di lui è nullo, come è nullo l'influsso del « futurismo » e non accetta l’invito di Marinetti, Boccioni, Russoio, Severini di aderire al Movimento. In questo suo atteggiamento si manifesta ancora il fondo conservatore, caratteristico della sua personalità che, se pur non gli consente esperienze eccitanti, gli garantisce quell'equilibrio che i critici gli han sempre riconosciuto. La sua opera dopo l'esperienza parigina è più ricca di colore e la sua pennellata è più morbida che in passato: risente deH'Impressionismo e della ricchezza coloristica dei « fauves », ma anche del divisionismo alla Segantini e alla Previati più che non di quello di Pelizza da Volpedo. L’opera diventa più ampia di dimensioni ed anche più ambiziosa affrontando impegnative composizioni con temi tratti dalla vita di tutti i giorni: « Nozze d’oro », « La sposa », « L’ostessa », ecc. Tornato da Parigi abita a Milano per qualche anno e nel grande centro lombardo vive l'ultima scapigliatura: di questa esperienza il risultato più importante è il quadro « Il giardino Cova ». E’ questo uno squarcio sul giardino del caffè Cova (uno dei ritrovi alla moda della Milano del primo anteguerra) che l’artista esprime attraverso una delicata sinfonia di verdi diffusamente illuminati da lampade e, nel lieve modularsi di toni e colori, si intravedono i tavoli del giardino in una scena vibrante di vita. Dice Boccioni: « ... « Il giardino del Cova di notte » « Notte d’inverno » ed altri ancora son quadri difficili a trovarsi nell’impres-sionismo italiano... ». E’ questa un’opera importante, non di grandi dimensioni, ma sufficiente a mostrare la ormai completa personalità dell’artista con una precisa poetica che, d’ora in poi, perseguirà con coerenza per tutta la vita. In questi anni il pittore conosce la fidanzata e nell’anno 1910 si sposa. Nel 1914 si trasferisce a Mantova ove, specialmente dopo la morte dello zio Domenico, avrà stabile dimora. Nel 1914 espone per la prima volta alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia con una opera intitolata « La sposa ». Il quadro è una festa di colori dominata dalla figura della bella donna per la quale la festa si svolge.