La parentesi della prima guerra mondiale non mi pare influisca su di lui: l’artista ha ormai consolidata una sua visione del reale, non secondo le mode del tempo le quali, come i movimenti artistici più rivoluzionari, non hanno intaccata la sua personalità, così si può dire degli eventi bellici e di quelli politici del dopo guerra.Il pittore durante la guerra si sposta in campagna a Marengo, ospite della famiglia Tazzoli, e qua lavora senza interruzioni. Finora abbiamo parlato di lui come pittore, ma non si deve dimenticare che è stato anche VI N DI ZIO NODARI PESENTI 1 - La famiglia - 1918 - olio su tela 2 - La ginnasta - 1937 - bronzo a grandezza naturale 3 - Fiori - 1951 - olio su tela 36 valente scultore dal modellato morbido e plastico nella visione molto sintetica, che tende ad individuare le masse essenziali, rese in blocchi in cui il particolare, non esplicitamente espresso, ma sottinteso, si indovina anche se non vi si legge esplicitamente. La cura del modellato rifugge da sapienti levigatezze e la superficie scorre morbida al tatto, non liscia e dura della durezza della materia, marmo bronzo o terracotta, ma piena del calore vitale che l’opera dello scultore traduce nel ritmo poetico della statua. Belli sono i ritratti nei quali lo sforzo di esprimersi su un piano assoluto blocca la figura in una fissità che la pone fuori dal tempo. Mi pare, a questo punto di notare una certa contradditorietà tra lo scultore ed il pittore; quest’ultimo ancora legato all’esigenza del racconto si compiace del particolare aneddotico che arricchisce e riempie il quadro, l’altro, invece, punta, scarno, all'essenziale dell’opera, che la massa esprime escludendo ogni elemento superfluo. Questo dicasi dei ritratti; nelle figure, specie nudi, lo scultore si compiace del disegno che il giovane corpo, con la sua naturale eleganza, traccia nello spazio. Anche come scultore Vindizio Nodari Pesenti raccoglie sicuri riconoscimenti; invitato alle Biennali veneziane ha esposto, contemporaneamente, come pittore e come scultore. Siamo oramai attorno al 1930, in Italia il Regime fascista pretende di imporre, con la solita confusione ideologica, un’arte di stato, teorizzando, col « Novecento » un’arte imperiale piena di pretesi legami con la classicità romana risolta in un gigantismo, che avrebbe dovuto esprimere la potenza del Regime. Anche il nostro pittore cede, entro certi limiti, al generale conformismo. Dell’esperienza novecentista rimane in casa dell’artista un’unica opera: è un grande quadro « I contadini », monumentale nelle imponenti figure, corposamente disegnate con un colore che non va oltre il disegno. Mi pare significativo che solo un’opera di questo tipo rimanga nella vasta collezione di opere che il pittore ha lasciato, ciò può esser visto come una mancanza di convinzione verso un’esperienza estetica, che egli sente estranea. Con ciò mi pare si possa concludere che Vindizio Nodari Pesenti non doveva esser entusiasta del « Novecento »; infatti in quegli anni,cioè verso il 1933-34, il pittore sente l’influsso del « Chiarismo » che ha a Mantova in Facciotto uno dei suoi maggiori esponenti, mentre Seme-ghini raffina nelle calde tonalità lagunari a Burano il suo « Chiarismo ». Mi pare che il nostro pittore risenta l’influsso di questa corrente fin verso il 1950 circa, anche se non credo che la sua opera si possa classificare tra i chiaristi. Mi spiego meglio: il colore pastoso e morbido nella materia come nel tono continuato fino al 1933-34, dopo l’influsso chiarista si raffina, diventa più delicato e la pennellata si dilata, non è più grassa, pastosa ma più liquida e ricca di trasparenze. Le dimensioni del quadro si adattano alla nuova pittura più svelta ed estemporanea, diventan perciò più modeste, ma questo, mi pare, non diminuisca il valore dell’opera. Dal 1950 in poi avvertiamo dei ritorni: i colori più accesi e la materia più grassa sembran riallacciarsi alla pittura giovanile, nella quale, però, l’artista sa esprimersi con un gusto nuovo, più moderno, per cui la sua opera ha sempre un’attualità, anche se non si può assimilare alla pittura che fiorisce in quegli anni. Ho visto dei grandi quadri di fiori, che per il taglio e il colore si distinguono dalla pittura precedente, caratterizzando questo periodo della pittura dell'artista. I fiori sembrano fiamme, di un rosso acceso, che pare urlare nel contrasto con i verdi crudi delle foglie, che si amalgamano con lo sfondo, quasi a far corpo con questo per esaltare la pennellata fiammeggiante, tale non solo per il colore, ma anche nel segno sinuoso, lungo, che striscia il colore, seguendo il motivo che così pare dilatarsi sulla superficie. Il colore esasperato nel contrasto e nel segno, col pretesto del fiore, mi pare esprima lo sforzo dell’artista, ormai vecchio, di attingere a certe audacie, che non aveva osato nemmeno in gioventù. Non son queste, però, le sue ultime opere: una serie di sei paesaggi veneziani, mi dice sua nuora, chiude l’attività del pittore. Esprimono, anche questi, in modo diverso dai fiori rossi, un ritorno dell’artista, che stavolta si rivolge ad un tema che gli è stato sempre caro e cioè allo ambiente veneziano. Sono, questi paesaggi, quadri tranquilli, dipinti con una pennellata morbida dal colore pacato, senza la vivacità dei fiori rossi testé descritti; sono dei notturni e la iuce si stempera nelle ombre dei canali, quasi assorbita dallo sciabordare dei rii al scivolar lento delle gondole. E’ un mondo tranquillo quello che il vecchio pittore cerca e descrive, quasi per sfuggire a questo di oggi sempre più frenetico e nevrotico: nei tranquilli notturni si ritrova la serena calma già goduta nel lontano notturno « Ingresso di vicolo Leon d'Oro ». E’ una Venezia che il pittore ricorda dalla giovinezza lontana, senza vaporini e motoscafi, in cui le gondole ancora signoreggiano invitanti nel loro lento ondeggiare. Vindizio Nodari Pesenti ha partecipato dalla sua prima affermazione alla Mostra Internazionale di Firenze (era il più giovane artista partecipante) a molte Mostre nazionali ed internazionali, conseguendo importanti riconoscimenti come la Medaglia d'argento per la scultura « Ragazza lombarda » all’Esposizione Intemazionale di Parigi del 1937. LUIGI FRACCALINI 37