La valutazione che noi diamo è di un miglioramento nella visione globale delle reali risorse disponibili da una parte e dei servizi civili di possibile soddisfazione dall'altra. Riteniamo parziali, e perciò stesso erronee, sia la sola visione del deficit, sia la sola considerazione dei servizi a disposizione della collettività. Non possiamo applaudire ai pareggi di certi comuni che poi poggiano il loro avvenire sulle legge 614 per le aree depresse, e non possiamo accettare un aumento indiscriminato di spesa per i pubblici servizi fuori dal contesto della realtà, lontana dai limiti delle reali risorse a disposizione. La fine di questa legislatura ci porta già un alleggerimento di certi oneri, un trasferimento di alcuni compiti daM'Ente locale allo Stato; tipica quella dell'edilizia scolastica e della gestione dei nuovi asili. Per converso la conclusione della legislatura non ci ha portato riforme sulla finanza locale, nè buone nè meno buone. Tuttavia il problema della finanza locale giudichiamo sia a tal punto di maturazione nelle coscienze singole e della collettività, da poter costituire una eredità irrinunciabile per la quinta legislatura da affrontarsi all’inizio con carattere di priorità. LE ENTRATE Alcuni dati possono risultare interessanti. I proventi derivanti dai tributi ammontano nel 1968 a un miliardo e 799 milioni con l’aumento netto, rispetto al '67, di 68 milioni, pari al 3,95%. Le entrate tributarie costituiscono il 70% delle entrate del bilancio economico, ammontanti a due miliardi e 547 milioni, e coprono il 48,78% delle spese globali del bilancio economico, che ammontano a tre miliardi e 687 milioni. Le entrate per compartecipazioni ai tributi erariali, in assenza di nuovi provvedimenti legislativi, sono rimaste al livello 1967 e cioè 335 milioni, pari al 13,16% delle entrate del bilancio economico. Il complesso dei proventi extra-tributari, escluse le partite « una tantum », è previsto in 438 milioni pari al 17,20% delle entrate del bilancio economico. Il disavanzo economico da ripianare con contributo dello Stato (70 mi- lioni) e con mutuo (1 miliardo e 70 milioni), costituisce il 30,91% delle spese del bilancio economico, il che conferma lo stato di permanente squilibrio dei bilanci. Negli anni dal '65 al ’68 l’incremento del deficit rispetto all’anno precedente, nelle cifre deliberate in Consiglio, è del 4,60% nel ’65, del 5,26% nel ’66, del 9,63% nel ’67, dell'8,88% nel '68 (considerando nel deficit anche il contributo dello Stato). Rispetto alle cifre autorizzate dall'organo tutorio gli incrementi sono del-¡’8,03% nel '65, del 10,36% nel '66, del 17,26% nel '67. L’aumento dei disavanzi denunciati, dal '64 al '68, è in cifra assoluta di 231 milioni pari al 25,53%, ma si consideri che tale aumento per la quasi totalità rappresenta il maggior aggravio derivante dalle quote di ammortamento dei vari mutui contratti per il pareggio, che sono di 38 milioni per il deficit ’64, 41 milioni per il deficit ’65, 47 milioni per il deficit '66 e 57 milioni per il deficit’ 67) per un totale di 185 milioni. La differenza fra 231 milioni e i 185 denunciati, che sono 46 milioni, cioè il 5,06%, è l’effettivo aumento delle spese correnti (compresi i mutui per lavori pubblici), non fronteggiato con l’aumento delle entrate ordinarie. Ciò sta a significare il sensibile contenimento delle spese correnti da una parte e la non trascurabile lievitazione delle entrate ordinarie attuata in questi anni, con il risultato di un effettivo e sostanziale contenimento del disavanzo negli ultimi quattro anni. Le prospettive di un risanamento della situazione deficitaria restano affidate alla realizzazione della progettata riforma tributaria ed in particolare al riassetto della finanza locale previsto nello stesso progetto, la cui approvazione è ormai rinviata alla prossima legislatura. Invero le pressanti ragioni che militano a favore di un più immediato sollievo delle finanze comunali avevano indotto il Governo a presentare al Parlamento il noto disegno di legge in materia di imposte di consumo e di credito ai Comuni e alle Provincie. Ma anche queste provvidenze non hanno conseguito in tempo utile I approvazione parlamentare, per cui ancora una volta sono venute a mancare le concrete modifiche all’attuale legislazione sulla finanza locale da tanto tempo reclamate. E tuttavia occorre dire che sia il disegno di legge sulle imposte di consumo e di credito ai Comuni, che il progetto generale di riforma tributaria, costituiscono un riconoscimento obbiettivo e concreto delle difficoltà della finanza locale e della assoluta necessità di avviare a soluzione questo problema che incide con peso sensibile sul processo di sviluppo economico-civile, non solo delle comunità locali, ma deM'intero Paese. Per gli aspetti più direttamente connessi alla finanza locale, vanno accettati i principi informatori di abolizione delle imposte minori, I unificazione delle imposte personali statale e comunale e la trasformazione delle attuali imposte di consumo in « imposta integrativa comunale sui consumi ». Nel quadro generale della riforma tributaria quindi, sia la imposta erariale sul valore aggiunto (sostitutiva dell'I.G.E.), che l’imposta integrativa comunale sui consumi, costituiscono elementi preponderanti e fondamentali delle finanze statale e comunale; ciò risponde ad un ormai consolidato concetto di moderna tecnica tributaria estesa a tutti i Paesi sviluppati, per la quale si riconosce che l’imposizione indiretta, largamente estesa alla produzione e ai consumi, con criteri di pronta applicazione, e quindi fornita di elasticità, di cui sono prive le imposte dirette, costituisce lo strumento più idoneo, sia per incidere in maniera determinante nelle fasi congiunturali dell economia, che per assicurare con tempestività l’adeguamento delle entrate statali e comunali ai fabbisogni ed agli obbiettivi indicati dalla programmazione. Peraltro non è detto che l’imposizione indiretta non possa essere applicata con i criteri di progressività, peculiari delle imposte dirette, dato che è possibile attraverso un diverso livello di aliquote colpire i prodotti di largo consumo in misura diversa da quelli di lusso. Questa peculiare diversa struttura, che differenzia le imposte personali dalle imposte sui consumi, ha determinato, nonostante tutti gli sforzi in senso opposto, il permanere del divario fra i gettiti sia erariali che comunali delle imposte dirette ed indirette, senza che ciò tuttavia possa dirsi non corrispondente a criteri di giustizia e perequazione tributarie. Non meravigli quindi se rispetto alle previsioni del nostro Piano Quadrien- 5