•XVi' *¡V»’ XKV « /V/ «VK \V«IM Geom. Gianni Lui - P. C. I. Il bilancio di cui oggi siamo chiamati a discutere non è soltanto il bilancio di previsione per il 1968, ma più precisamente il terzo bilancio che la Giunta di centro-sinistra predispone dopo la definizione del piano quadriennale di programmazione. Quello stesso che, secondo le previsioni della maggioranza doveva portare alla nostra città un « aumento del benessere generale, cioè un grado di maggiore civiltà attraverso il soddisfacimento delle esigenze primarie ». Il nostro esame deve quindi allargarsi alle premesse e alle promesse di quel Piano, per stabilire quanto è stato fatto, quanto la Giunta intende fare e quanto sarebbe stato necessario fare per imprimere allo sviluppo della nostra città un corso ben diverso. Il gruppo comunista votò contro quel Piano perchè esso non corrispondeva ai reali biso- gni della collettività mantovana, perchè agli auspici per un cambiamento della situazione non seguivano nè l'indicazione degli strumenti atti a cambiare le cose, nè l'impegno politico del centro-sinistra per cambiarle. Nel corso di quella discussione abbiamo affermato che di fronte alla notevole discordanza tra quello che il Piano Pieraccini riservava per Mantova e quello di cui Mantova aveva assoluto bisogno, si poneva il ruolo che la nostra città avrebbe giocato nella programmazione regionale e quello che gli amministratori mantovani avrebbero sostenuto nel Comitato Regionale. In quella occasione abbiamo anche detto che il problema di fondo al quale il centro-sini- stra doveva rispondere era in che modo sarebbero state affrontate e risolte l'espulsione dalla campagna mantovana di migliaia di lavoratori e la richiesta di prima occupazione che nella sola città avrebbe interessato dalle 2.000 alle 3.000 nuove leve di lavoro. Mancando le risposte a queste domande è stato facile prevedere che il Piano della Giunta sarebbe saltato e che la provincia di Mantova avrebbe subito un ulteriore calo della popo- lazione. Quando abbiamo discusso della programmazione, non abbiamo cercato di introdurre dei correttivi e di sostenere la politica degli incentivi, ma abbiamo proposto che il Piano nazionale e quello regionale introducessero delle vere e proprie riforme, le sole che potessero assicurare anche alla nostra città una inversione di tendenza. La politica degl incentivi è più che sperimentata nel nostro paese; i suoi effetti sono stati soltanto marginali, hanno magari rinviato di qualche anno il problema, ma non l'hanno assolutamente risolto. Oggi quello stesso problema ce lo ritroviamo aggravato. E' il caso evidente della agricoltura; dove quello che ci differenzia da Bonomi e dalla D.C. è che questi chiedono allo Stato contributi e Incentivi; mentre noi rivendichiamo dallo Stato vere e proprie riforme. Proprio nel settore della agricoltura l'economia italiana ha sperimentato quanto poco siano serviti gli incentivi. Con II primo Piano Verde, lo Stato ha Investito nelle campagne 500 miliardi, con il secondo Piano Verde si è Impegnato ad Investirne altri 900 e ciò malgrado la crisi dell’agricoltura Italiana è più grave che mai. Sempre in tema di incentivi abbiamo visto i monopoli e gli industriali chiedere e ottenere dallo stato la fiscalizzazione degli oneri sociali e lo sgravio delle imposte sulla fusione delle società. Si è trattato anche qui di centinaia di miliardi. Il capitalismo italiano ha superato la cosiddetta congiuntura, ma questa l’hanno pagata i lavoratori che negli ultimi cinque anni hanno visto diminuire di 1 milione i posti di lavoro. Questa realtà nazionale si rispecchia perfettamente in quella della nostra provincia. Dalle campagne mantovane sono stati cacciati migliaia di lavoratori, altri la stessa Giunta di centro-sinistra prevede che lo saranno nei prossimi anni e ciò malgrado la crisi è tanto grave che non riesce più a nasconderla nemmeno l'On. Truzzi. Del settore industriale non vogliamo parlare noi, lasciamo parlare i padroni e le cifre. Nell'ultima relazione annuale della Associazione Industriali si legge: « Le iniziative industriali nel 1967 sono state piuttosto scarse, la occupazione industriale è pressoché stazionaria e aH’ampliamento di alcune industrie ha fatto riscontro la chiusura di altre ». Detto questo dagli industriali, è come dire che anche nella nostra provincia e nella nostra città il numero delle unità lavorative occupate è diminuito. In città infatti, negli ultimi 15-20 mesi al fiorire di scarse iniziative hanno fatto riscontro la chiusura di alcune aziende, licenziamenti in altre e mancate riassunzioni in altre ancora. In poco più di un anno e in sole cinque aziende cittadine esaminate (ICIP - BURGO - CONCIMI - CERAMICA MANTOVANA - ITALPO) i lavoratori occupati sono diminuiti di 280 unità. Poiché il blocco delle assunzioni è una tendenza comune ad altre aziende private ed anche ad enti e aziende pubbliche, crediamo di poter affermare che complessivamente i lavoratori occupati nella nostra città sono diminuiti negli ultimi due anni di circa 500 unità. Lo conferma In fondo il dato della popolazione in città, aumentata nel 1967 di sole 334 unità contro le 754 previste dal Piano, mentre al 31-12-1967, sempre rispetto alle previsioni del Piano, la popolazione risultava inferiore di 659 unità. L’andamento demografico della popolazione mantovana è stato una preoccupazione costante del nostro gruppo dal momento stesso in cui è entrato in Consiglio. Era una preoccupazione, la nostra, non solo dettata dalla volontà di offrire una diversa prospettiva ai mantovani, ma dalla coscienza che il tessuto sociale della provincia andava snaturandosi e che il processo di decadimento alterava le stesse tradizioni storiche e di civiltà delle genti mantovane. Con l'esodo se ne sono andati da Mantova, e se ne vanno, le forze migliori e più giovani, gli operai specializzati e i tecnici, i giovani diplomati e i laureati, tutti coloro cioè che nella città e nella provincia non hanno trovato occasione di lavoro. La maggiore ricchezza della nostra provincia è proprio la sua forza lavoro con il suo grosso bagaglio di capacità creativa. Sparita questa risorsa è impossibile qualsiasi ripresa economica, perchè nessun « Piano Pieraccini » farà tornare i mantovani da Milano, da Torino, da Genova ecc. Questa nostra preoccupazione non ha mai trovato una risposta, quasi che per il centro-sinistra il problema non sia esistito. Solo oggi, nella relazione del Sindaco, troviamo quella nostra stessa preoccupazione; oggi anche la Giunta si domanda quanti saranno i mantovani nel '69 o nel '70 e dove essi andranno. La domanda siamo anche disposti ad accoglierla, tuttavia non possiamo dimenticare che quattro anni fa la Giunta non aveva accettato di porsi assieme a noi questo quesito e di trovare ad esso una pronta risposta tale che impegnasse tutto il Consiglio Comunale nello sforzo unitario di cercare una soluzione. Quella che oggi la Giunta di centro-sinistra si pone è una domanda che la accusa per il suo precedente immobilismo, per la sua ostinata chiusura verso la collaborazione con una larga parte del Consiglio che da tempo aveva individuato i problemi di tondo della città. Porsi la domanda non era e non è tuttavia sufficiente. La Giunta deve dare una risposta e, soprattutto, deve chiarire in Consiglio gli interrogativi che II Plano di programmazione lombarda fa nascere, perchè questi Interrogativi devono evidentemente essere tanti e seri se la stessa Giunta è costretta ad esprimere una valutazione critica! E' una critica che arriva tardi ed è anche Insufficiente, perchè il Piano economico per la Lombardia non prevede per Mantova che generici impegni di incentivazione. Tant'è che la stessa Giunta è costretta a riconoscere che tali impegni appartengono ancora alla fase della enunciazione. I problemi della società italiana e di quella mantovana non potranno certo essere risolti con gli incentivi, ma solo con vere e proprie riforme e con la creazione di uno strumento che non solo affermi la priorità dell’interesse pubblico su quello del profitto privato, ma decida anche come, dove e quando devono essere fatti gli investimenti. La programmazione avrebbe potuto essere questo strumento, ma non lo è stato e non lo sarà mai finché rimarrà il sostegno dell'attuale tipo di sviluppo capitalistico anziché contrastarlo; finché non si darà strumenti impositivi e semplicemente auspicherà, come nel caso del Plano Lombardo, che aH’interno delle aree più sviluppate si modifichi il meccanismo di formazione delle risorse, parte delle quali possano essere utilizzate in aree sottosviluppate. Nel bilancio di previsione predisposto dalla Giunta manca qualsiasi piano di investimento che non sia quello delle autostrade, mentre la prospettiva per i 300-400 giovani che presto si 21