FESTA DEGLI ALBERI 1970 Dire: « Rinnoviamo un rito antico » sembrerebbe retorica. E lo è infatti se continuiamo a credere che benzina, cemento, vetro e acciaio siano la misura deM'uomo. Nella Creta dell’VIII sec. a. C., quando la famiglia era allietata dalla nascita di una bambina, il padre piantava, nel giardino dietro la casa, un giovane cipresso. Esso, cresciuto assieme alla bambina, avrebbe rappresentato la sua dote quando, sposa, sarebbe uscita dalla casa del padre per entrare in quella del marito. Non sempre gli alberi hanno allietato un banchetto di nozze. L’Egitto, paese arido e desertico, combattè lunghe e sanguinose guerre contro la Fenicia per impadronirsi dei boschi di cedro del Libano, che rappresentavano la ricchezza del Paese. Fu proprio questa ricchezza che fece dei Fenici quel popolo di navigatori, di pirati e di mercanti, che per secoli, con le loro solide ed agili navi, furono i padroni del Medi-terraneo. E sono ancora gli alberi, umili protagonisti della storia, delle foreste della Sila, che forniranno a Caio Duilio il legname per le agili triremi con le quali schiaccerà la potenza cartaginese o per quelle con cui Pompeo spazzerà, una volta per tutte, i pirati illirici che infestavano il Mare Nostrum, tanto caro e utile ai ricchi mercanti romani. Allora l’Italia, dal Nord al Sud, era una serie ininterrotta di boschi, riserve inesauribili per la costruzione di quelle chiese, di quei castelli e di quei palazzi, che ancora oggi sono il vanto di noi Italiani, il nostro patrimonio artistico più caro, che, per quello spirito pratico che abbiamo ereditato dagli antichi Patres, costituisce la riserva ineusauribile che alimenta il nostro turismo. In tempi più vicini a noi Ugo Foscolo, nella lettera a Teresa, scriveva: « Assistito, io, da parecchi lavoratori ho coronato la vetta, onde casca l’acqua, di cinque pioppi, ombreggiando la costa orientale di un folto boschetto che sarà il primo salutato dal sole quando splendidamente comparirà dalle cime dei monti. ...frattanto io mi vagheggiava nel lontano avvenire un pari giorno di verno, quando canuto mi trarrò passo passo sul mio bastoncello a confortarmi ai raggi del sole, sì caro ai vecchi... ». Così mirabilmente il Poeta esprime il suo amore per gli alberi, anche se poi, purtroppo, le sue speranze di godere una vecchiaia serena all’ombra di quei pioppi che aveva piantato con le sue mani, andranno deluse ed egli morirà nella nebbiosa Inghilterra, esule e povero. Dalla lontana Russia ci giunge la voce di un giovane poeta innamorato della natura. Scrive infatti Boris Slutskji nella sua lirica « Gli alberi e noi », ricordando i suoi anni di scolaro: « S’era tutti poveri. Ma non abbassavamo il naso umido per tanti raffreddori: orgogliosi come cavalieri noi s’andava 34 APRILE 1970 a vedere come crescevano gli alberi. Come il pioppo come il faggio cresceva, s’allungava. Diventava realtà il lavoro delle nostre mani. Come noi magri, come noi verdi, come noi allegri e rabbiosi, come noi avversari d’ogni tenebra, si tendevano alla luce, come noi... ». Ma anche questa breve relazione di un bambino di quarta elementare ha un sapore poetico. Dice: « Una gemma terminale del ramo di ippocastano si è aperta: ne sono uscite quattro foglioline, in mezzo alle quali si intravvede il fiore, ancora informe. E’ una gemma mista. Fiori e foglie sono ricoperte di una morbida peluria giallognola. Le foglioline, non ancora schiuse, sembrano manine chiuse ». Gli alberi non sono solo fonte di gioia, sono anche un elemento di stabilità del terreno. Ove mancano gli alberi il terreno si spacca e frana sotto l’infuriare della pioggia che lo trasporta, trasformato in fango, verso la pianura. I letti dei fiumi, allora, si riempiono ed alle frane si aggiungono le rovinose alluvioni che distruggono la generosa fatica del contadino. Per noi, gente di città, la società industriale ha significato un allontanamento dalla natura. Coinvolti nel vortice deN’urbanesimo e della produzione industriale che ci sono, finora, sembrate le sole, vere conquiste deH'intelletto umano, ci siamo chiusi in selve di cemento armato e di asfalto, che hanno soffocato la nostra umanità. Ora ci accorgiamo dell’errore commesso. I bambini, soprattutto, e i vecchi e tutti reclamano un po’ di verde, un angolo dove rifugiarsi e distendersi dopo il lavoro e le occupazioni quotidiane: quel lavoro e quelle occupazioni che, con l'avvento della macchina, hanno sollevato l’uomo dalla fatica e dallo spettro della fame; ma lo hanno profondamente ammalato di nevrosi e di melanconia. Il grido di Bertolt Brecht ci ammonisce: « Molto tempo prima che noi ci gettassimo su petrolio, ferro e ammoniaca c’era ogni anno il tempo degli alberi che verdeggiavano irresistibili e violenti. Ora leggiamo nei libri di questa celebrata stagione » « Gli alberi devono ritornare ad essere la condizione umana dell'uomo ». Venerdì, 10 aprile 1970. Maestro Gioacchino Rossini 35