MANTOVA DI NOTTE 84 ANNI FA.... Scusa, lettore, permetti un momento che accenda il sigaro. Si va rovinandosi lo stomaco, ma con tutto questo, senza quello sprocchetto in bocca non si sembra nemmeno uomini. Io ho l’abitudine di alzarmi sempre prima ancora che la luce abbia irradiato le tenebre, rese più profonde dallo spegnimento dei lampioni a gas. E a dir proprio il vero, non incontro mai conoscenti, o ben pochi e molto di rado. Scommetto che pochi di voi, lettori e lettrici, sapete farvi un’idea del risveglio mattutino della città. Evvero?... Rene, seguitemi e faremo una passeggiata assieme. Sono circa le tre e mezzo; esclamo di casa. Le fiamme a gas, dei pochi lampioni ancora accesi, sembrano come tante paline da ingegneri che quà a là tracciano la via. Fuori da 18 ogni singola loro circonferenza tutto è confuso nell’oscurità. Stamattina poi piovea, ed il cielo era ancora più nero. Nella via non si distinguono nè i colori delle facciate delle case, nè la linea dei marciapiedi, nè i ciottoli. Sicché la via la si vede a distanza, come se vi fossero delle lenzuola stese. Tutto intorno poi alle case, alla via, ed a noi un silenzio mortale interrotto dai colpi di mannaia dei macellai del negozio Zaccaria, il quale negozio è proprio il primo che vedesi aperto a così buon ora. Fuori dalla bottega, sta fermo e silenzioso un drappello di soldati col relativo carro tirato da due mule. E’ il peluttone comandato alla spesa. Subito dopo, apre bottega l’acquavitaio che vi sta dirimpetto, ed un altro sotto al portico della piazza Erbe. Indi l’immortale nostro So-lazzi, primo giovane del caffè nuovo (Massimiliano). In questo caffè, ed in quell’ora v’è un ritrovo speciale. Sono quasi tutti vetturini, stallieri, o persone in partenza colla ferrovia o colle diligenze. Quando il buon Solazzi si addormenta... si passeggia sotto i portici i quali restano così al buio da far venire i brividi ad uno che avesse paura di venire assalito. In mezzo a piazza S. Andrea c’è la nuova edicola. In mezzo a piazza delle Erbe si vedono come degli ammucchiamenti, e sono le baracche di legno dei venditori di cocomeri, frutta od altro, più qualche ombra di forma umana che di tratto in tratto vi sbuca fuori. Sotto il porticato della chiesa, pure buio, si crederebbe che non ci fosse anima viva, invece accendendo un cerino, si vede un uomo, fra il coricato ed il seduto, addormentato in un angolo e precisamente sotto a quel sedile di marmo che è a destra del porticato entrando in chiesa. E stamattina era fresco, sapete. Lo guardai bene con un cerino acceso. Dormiva profondamente. Sembrava un mucchio di stracci gettato là sotto. Ritorniamo in caffè. Potete immaginare i discorsi che si sentono: Cavalli, noli, fiere, ferrovie, racconti d’aggressione ed invocazioni d’un passato distrutto dalle ferrovie e dal telegrafo. Suonano le cinque. I lampionari finiscono di spegnere le fiamme a gas, i garzoni macellai trasportano dalle ghiacciaie alle botteghe la carne. Ritornano gli omnibus dalla stazione, partono le diligenze, si aprono altri caffè e botteghe di acquavite, arriva il furgone del postino, ritornano alle loro case le guardie daziarie che fecero la notturna, suonano i rintocchi del campanone avvertendo che principia il giorno (Questi lugubri rintocchi mi fanno risovvenire il nostro Garibaldi appena scomparso). Corrono gli ortolani coi loro carretti carichi di verdura e frutta, si vedono le squadre degli scopatori, le lavandaie correre ai loro scanni, i lattivendoli, i pellacani (sic) ed i fornai ad aprire le porte delle loro botteghe per correre a bere un cicchetto. Si vede passare in fretta qualche (botte) d’artiglieria in ritardo e frattanto la luce si fa sempre più strada e gli uomini e le cose si distinguono meglio; la città riprende la sua vita. (Eh, che descrizione Zoliana?) GIUSEPPE PIETRO LAZZE’ (1882) 19