Giovanni Marangoni nacque a Mantova il 23 febbraio del 1834, di gentile e onorata famiglia, dal Dott. Francesco Marangoni e dalla Signora Lucia Boselli. Fu cugino di Giovanni Tabacci, che morì senatore dopo una vita gloriosissima ¿ni campi del Risorgimento, e del Tenente generale Francesco Boselli, del quale l'epigrafe trovasi nel cimitero di Mantova. Il DotL Francesco Marangoni fu benemerito cittadino, che, dopo essersi distinto a Mantova negli impieghi giudiziari, per motivi di salute si ritirò nel fertile territorio di Suzzara ove diede il suo valido apporto di intelligente amere al pubblico bene, adoperandosi ad accrescere le vendite del Comune e richiamando alcuni rami di attività obliati. Col fratello Giacomo compì gli studi ginnasiali nel collegio Desenzano sul Garda. Di qui tornò a Mantova a continuare negli studi filosofici presso l’I.R. Liceo di quella città e vi rimase negli anni 1851-’52-'53. « Tenero d'anni, ma adulto di cuore - come lo disse Paride Suzzara Verdi, Giovanni Marangoni entrò presto a far parte della « Società della Morte »; così si chiamava anche il comitato rivoluzionarie mantovano, che comprendeva tutti quei giovani audaci che lasciarono la loro vita sugli spalti di Belfiore, e compì la sua educazione in quella nobilissima scuola del Tazzoli, del Marchi e del Mori, spiegandovi molte attività coi cugini Antonio e Francesco Lanzoni, e cogli amici Achille Sacchi, Ugo Fani ed nitri. Cosi negii anni 1851-52 fu cospiratore e nel 1853, avvertito in tempo che la polizìa austriaca lo ricercava, riusciva a sfuggire l'arresto, abbandonando la famiglia e riparando negli Stati sardi. Ma, espulso anche di qui per la sua fede repubblicana, valendosi di alcune cognizioni d'arte marinara apprese a Genova durante l'esilio, s'imbarcò con alcuni compagni in qualità dì allievo marinaro su un piroscafo diretto a Montevideo (aprile 1857) e si diede alle lunghe e pericolose navigazioni lungo le coste deH'America per temprare l'anima eroica alle fatiche ed ai pericoli e prepararsi così alle future battaglie della libertà; che’ sempre sperava in una non lontana redenzione della Patria, e, fin dal 22 aprile 1856, scriveva al fratello Giacomo: « Fra pochi mesi impugneremo le armi della libertà», e aggiungeva; «Le cose nostre, se non le decidiamo noi, nessuno ci penserà ». Entrò anche in relazioni d'affari con Nino Bixio per la costruzione di un bastimento. Da Genova infatti, in una lettera del 4 ottobre 1858, annunziava al fratello Giacomo l'arrivo a Suzzara del Bixio per trattare con i suoi d’interessi, e sarebbe stato felice, se gli avessero rimesso L. 20.000; che' desiderava spingersi persino nei lontani mari deM'India e della Cina. L'impresa commerciale poi fallì. Ma, terminata la seconda guerra d'indipendenza con l'armistizio di Villafranca, che lasciavi' all'Austria il Veneto e riportava sui troni deM'Italia settentrionale e centrale I principi spodestati, Il Marangoni rinunziò ad ogni idea di navigazione marittima, e rimase in Patria per difendere le idee di Mazzini insieme ad altri patrioti. Aveva infatti rinunciato a recarsi a Londra, perché l'Italia aveva bisogno della presenza di buoni patrioti, e scrìveva al fratello Giacomo, al quale annunciava la sua prossima partenza per la Toscana: « Combatteremo presto contro l'Austria e la Francia collegate a nostra rovina, e combatteremo in nome dei nostri diritti ». Desideroso di entrare nelle file del generale Garibaldi, che dopo la campagna del '59 aveva abbandonato il grado di maggiore generale nell’esercito sardo ed era entrato in quello dell'Italia centrale per invadere l'Umbria e le Marche, il Nostro si trasferì in Toscana ove raggiunse Firenze insieme ai generali Garibaldi, Medici, Bixio e Malenchini, con la coscienza dì compiere un dovere, disposto «a versare sino all’ultima goccia il suo sangue » per la causa della Libertà e Unità della Patria. Infatti, un'azione garibaldina nell'Italia centrale, sostenuta da una insurrezione, lasciava sperare in una prossima guerra contro l’Austria e la Francia. Il Mazzini stesso era venuto a Firenze sotto mentite spoglie e andava raccogliendo denaro inglese, per acquistare le armi necessarie alla imminente invasione. Garibaldi, che era stato mandato di stazione a Ravenna e a Rimini sulle rive del Rubicone, minacciava l’invasione degli stati della Chiesa; ciò che Napoleone, che teneva a presidio a Roma altre sue truppe, non avrebbe mai permesso. Ché l’intervento della Francia a fianco dell'Austria, padrona ancora di tutto il Veneto, avrebbe compromesso l'ulteriore processo di unificazione politica dell'Italia. Tra i più ferventi e convinti agitatori di questo momento, decisi a tutto e in prima linea, furono Rosolino Pilo e Giovanni Marangoni. A Bologna si doveva abbattere II governo del col. Lionetto Cipriani, governatore 38 T Parla il Prof. Carlo Terzi. della Romagna, umile servitore di Napoleone. Ma questi, avvertito in tempo dal prefetto di Firenze, che era venuto a conoscenza della cosa, fece arrestare il Pilo, che fu trovato in possesso di diverse lettere e stampati di Mazzini, e il Marangoni; entrambi poi, arrestati subito dopo il loro arrivo (16-17 agosto), furono trattenuti In carcere nel castello del Torrione fino al mattino del 25 settembre insieme ad Alberto Mario, noto scrittore e giornalista, amico di Mazzini, arrestato con la consorte Jessie White a Pontelagoscuro, a pochi Km. da Ferrara, sul confine austriaco, per ordine del Cipriani. Ma poi liberati per intercessione di Garibaldi, che mandò espressamente a Bologna Angelo Brofferio per ottenere la liberazione, entrambi furono condotti sotto la scorta dei carabinieri fino a Chiasso, al confine svizzero, donde poterono riparare a Lugano presso il Mazzini. Ouivi il Marangoni strinse amicizia con Carlo Cattaneo, fervente repubblicano, e, fremente di sdegno per la politica del Piemonte, che aveva concluso i patti di Plombières con Napoleone III, lanciò il 5 novembre 1859, dopo la pace di Zurigo, nella quale si erano confermati i preliminari di Vìllafranca, un proclama alla gioventù lombarda nel quale richiamava i giovani alla grandezza degli avi, che erano morti al grido d'Italia, facendo giustamente osservare che era dovere dei fratelli lombardi mostrarsene degni figli. Si trattava di voler esistere liberamente come nazione. L’idea di un’Italia libera da ogni tirannide straniera e retta da un governo, che fosse autentica espressione della volontà de! popolo, era ben chiara e definita nella mente del Marangoni, che, educato dal suo grande maestro Mazzini ai sacri ideali di Libertà e di Unità, nel proclama insurrezionale apertamente dichiarava: « Non vi è libertà per noi se non quando tutti potremo radunarci nei comizi ed eleggere con coscienza dei nostri doveri e diritti, al coperto da ogni pressione, quel Governo che ci sembrerà più opportuno ». La notizia dolorosa del passaggio degli Austriaci nei tre distretti del Basso Mantovano gli strappò nuove e fiere parole di sdegno contro quanti avevano contribuito direttamente o indirettamente al tradimento della vera causa italiana e soprattutto contro il governo piemontese. Ma anche il suolo svizzero non doveva essere lungamente ospitale agli esuli. Infatti, il Marangoni vi pubblicava col consenso de! governo cantonale il giornale « Pen- 39