-fi- stio valore e l'eroismo dimostrati in quei duri e sanguinosi combattimenti, ottenne la promozione a primo tenente e il 13 dello stesso mese entrò a far parte dello Stato Maggiore della li Brigata e l’anno successivo 12/6/1861 gli fu conferita la medaglia d'argento al valor militare, Bixio e Garibaldi elogiarono e premiarono i suoi uomini, che si erano comportati da veri eroi. Ma, scioltosi il corpo volontari italiani, perchè fusosi con l’esercito regolare, il Marangoni stesso fu trasferito con lo stesso grado, mediante R.D. 10 aprile 1862, nell’Arma di fanteria 45° reggimento dell'esercito italiano. Trascorse, negli anni dal 1862 al 1865, un periodo di vita militare assai monotona nell'Italia meridionale, lottando contro il brigantaggio, da cui erano infestate quelle regioni. La III guerra d’indipendenza si chiuse infelicemente con le sconfifitte di Lissa e Custoza, così che il Trentino rimaneva ancora nelle mani dell’Austria e Roma attendeva di essere riunita alla Madre patria. Liberare Roma e Venezia era dunque il nuovo compito, che s'imponeva in tutta la sua gravità. E vedere l'Italia una e libera dalle Alpi al mare fu la mèta suprema degli ultimi anni deM’infelice esistenza del grande genovese e di quanti, affascinati e commossi dalla sua alta e ispirata parola, lo seguirono e l'amarono. Anche per l'impresa del Veneto Mazzini affidò al Marangoni l’incarico di raccogliere i mezzi necessari. Il Nostro partecipò anche alla III guerra d'indipendenza, e come luogotenente prese parte alle operazioni che condussero alla espugnazione della testa di Ponte di Borgoforte, donde sperava poter entrare nella città nativa e rivedere i suoi cari. Il moto nel Veneto fallì per mancanza di alimento, poiché da parte del Governo piemontese non mancarono sospetti e diffidenze verso il Marangoni e in genere verso tutti coloro che professavano amore per Mazzini. Il 22 febbraio Marangoni fu collocato in aspettativa per riduzione di quadri e neM'estate successiva decise di dare le le sue dimissioni dall'esercito, mosso dal desiderio di poter agire più liberamente. Mazzini, che pensava all'impresa di Roma, pensò anche questa volta di utilizzare il suo ardente e fidato discepolo, al quale affidò l'incarico di diffondere le sue idee tra le file dell'esercito regio, per prepararlo a combattere a favore della rivoluzione e gli scriveva in questo senso il I maggio 1867. Marangoni si recò a Mantova dopo 14 anni di esilio, che lasciò dopo un soggiorno di due mesi, disgustato per la poca o nessuna riconoscenza dimostrata verso i patrioti superstiti delle patrie battaglie. Partì senza aver salutato nessuno. Non si sentiva il coraggio di ripetere con tutti un addio che gli insanguinava il cuore e che per lui non aveva la lusinga d'un arrivederci. Sperava che almeno dopo morto una via di Mantova fosse consacrata al suo nome e diceva: « Quando sarò morto, e lo spero combattendo, allora... allora forse S. Giacomo si chiamerà strada Marangoni ». Nonostante II consiglio di Mnzzlni, seguito da uno identico della Stansfeld (vedi lettera da Londra In data 12 aprile 1867 con proscritto di Mazzini), che lo consigliavano sempre a rimanere al suo posto In così tristi condizioni per l’Italia, si recò nella primavera del 1867 a Firenze, ove frequentò la scuola militare e assisteva alle sedute del Parlamento. Presentiva che a Roma avrebbe pagato II suo ultimo tributo di dovere alla Patria, come scriveva al fratello Giacomo « Presento sventura... ma a quale io oggi non sono educato? Presento sventura... ma il Calvario non ha fatto progredire l'umanità?... ». Perciò con il passaporto della legazione di Spagna, si recò a Roma, ove giunse il 29 settembre dello stesso anno, allo scopo di aiutare con tutti i mezzi il moto insurrezionale, che avrebbe dovuto scoppiare contemporaneamente all'avanzata dei volontari garibaldini la sera dèi 22 ottobre. Garibaldi, che era venuto a Firenze per esplorare le intenzioni del Governo, ingannato dal Comitato Nazionale, che gli aveva fatto credere che il popolo romano fosse pronto all’insurrezione, iniziava una serie di tentativi d’invasione nello Stato Pontificio. Il suo primo piano era infatti di distogliere l’attenzione del Governo pontificio, con guerriglie di confine, onde permettere l’insurrezione. Ma Marangoni fu tradito dal conte Filippo Ghirelli, un romano che, dopo aver servito nell’esercito del Papa col grado di sergente, era passato nelle file di Garibaldi nel 1860 e vi aveva conseguito il grado di maggiore; poi era passato nell'esercito con lo stesso grado, quando era avvenuta la fusione dell'esercito meridionale col regolare. Il Marangoni, che aveva conosciuto il Ghirelli a Firenze nella casa della nobile famiglia romana Piacentini, appena giunto a Roma, gli scrisse una lettera nella quale lo invitava ad assumere la direzione militare del moto insurrezionale e lo consigliava di venire presto a Roma. Ma a quale persona il Marangoni si fosse affidato non tardò ò rivelarsi. Infatti, dopo pochi giorni e precisamente l'11 ottobre. Marangoni fu arrestato all’Hotel de la Minerve e trovato in possesso di diverse carte politiche assai 42 La Sala Consiliare durante la celebrazione mentre parla l'Avv. Emilio Fario. compromettenti nonché di una lettera scritta di suo pugno e diretta all'amico Ghirelli, maggiore del 4' reggimento di fanteria in Firenze. L’insurrezione del 22 ottobre fallì. Dati i principi politici, a cui alludeva nella lettera al Ghirelli, e l’atteggiamento di aperta ribellione nei riguardi del Governo pontificio, il Marangoni, arrestato contemporaneamente a Lugl Castellazzo, che gli fu compagno di prigione, fu condannato a 16 anni di galera, che però la morte gli abbreviò di molto. Pertanto il nobile patriota mantovano trascorse gli ultimi anni della sua breve ed Infelice esistenza nelle carceri papali di S. Michele In Castel S. Angelo tra patimenti e sofferenze fisiche di ogni genere, che, Insieme ai dolori morali affrettarono la fine di un'esistenza già minato da grave malattia di cuore, e non rivide più la sua cara famiglia, Mantova, Suzzara e gli amici. Dal carcere scrisse alla famiglia nobili e commoventi lettere. Da Mantova, città di ardente patriottismo, il Marangoni sperava di ottenere quell'aiuto che meritava. Comunque, egli era deciso a morire al suo posto senza invocare la grazia « come un soldato che benedice ad un atto di devozione dato a quella bandiera sotto cui militava ». Questi sublimi pensieri egli esprimeva in una lettera senza data alla famiglia, nella quale inviava un bacio a tutti, a Suzzara, a Mantova, alla Libertà. Al Settembrini, che gli aveva scritto una lettera per confortarlo, rispose poco prima di spegnersi con questi mestissimi accenti: « lo sento che non rivedrò più la mia famiglia e la mia Mantova, non rivedrò più Napoli, che pure tanto amo. La vita mi manca e io desidero lasciarla. Raccomando l’Italia agli Italiani. Oh, l'amo tanto questa sacra Italia, che io la raccomando a tutti e specialmente ai giovani ». Così il 18 agosto 1869 questa nobile esistenza, che tanto aveva sofferto e non volle ritrattare nè una parola, nè un solo atto della sua vita politica, pose fine ad una travagliata e dolorosa esistenza, tutta consacrata al purissimo ideale della Libertà. Il Settembrini sul Piccolo di Napoli ne tracciò un profilo con queste commoventi parole: « Giovane, purissimo, ardente, entusiasta, credeva che il mondo fosse una poesia cavalleresca; e spesso non trovando gli eroi che egli immaginava, sdegnossi fieramente e rompeva in parole acerbe contro la fiacchezza e la viltà degli uomini. Il suo cuore era un tesoro di affetti nobilissimi, e perciò ha patito assai, ed è morto di male di cuore a 35 anni ». Fu sepolto in Roma, al cimitero del Verano, insieme ad altri martiri. Dopo il 1870 43