mimi quilici buzzacchi Cà Morino e Solferino ■ olio • 1928 esser trasferiti tali e quali sulla lastra di rame. L’artista mi ha mostrato disegni di campagna con case tra gli alberi, molto slmili ai disegni che Giorgio Morandi faceva a Grezzana e poi incideva, forse in quegli anni in cui Mimi Quilici Buzzacchi lavorava nella campagna romagnola. Ora io non voglio fissare reciproche dipendenze, sarebbe arbitrarlo da parte mia e forse non si potrebbero provare, ma credo non si possa negare che l'ambiente ferrarese, in quegli anni, doveva risentire dell’influsso culturale di Bologna, maggior centro dell'Emilia e della Romagna In particolare. Non voglio, ripeto, fissare Influssi di Morandi su Mimi Quilici, ma certamente quei disegni, che conosco coevi dei due artisti, hanno almeno lo stesso fondamento culturale. Ma Mimi Quilici Buzzacchi non vuol saperne di incider lastre di metallo, nemmeno oggi, perciò bisogna parlare solo delle sue rigorose xilografie, incisioni su legno tagliato di testa per ottenere un segno che non ammette incertezze o ambiguità. In questo senso l'opera dell'artista si rivela veramente eccezionale e la descrizione, per quanto accurata, non rende le finezze che il risultato offre. Il legno duro tagliato di testa può esser aggredito solo da chi possiede molta espe- 22 pittrice Mantova dalla Lunetta - xilografia - 1936 rienza e notevole perizia tecnica risultato di un consumato mestiere, elementi necessari, ma non sufficienti a creare opere valide, se non sono costantemente sorretti da una notevole sensibilità e vera fantasia poetica. Intuisce l’artista di fronte al motivo a lei congeniale il taglio più spettacolare e offre un mezzo che permette una precisa documentazione per la capacità del segno di aderire al monumento, quasi a documentarlo. La capacità di individuare il particolare punto di vista le permette sempre, in tutte le sue opere che conosco, di esprimere, attraverso spettacolari tagli prospettici, fedelmente la grandiosità del motivo che, nell’ interpretazione poetica di Mimi Quilici Buzzacchi, va oltre l’immagine sensibile per e-sprimere su un piano spirituale quel discorso che, per lei, si scompone e trapassa di continuo dal disegno alla pittura, elementi diversi di un lavoro il quale, nella sua perfetta unità, non può esser distinto che attraverso una diligente analisi critica. L’esigenza rigorosa del segno degli anni ferraresi si ammorbidisce dopo il 1948, quando inizia il soggiorno romano deH’artista: le opere finora bloccate nel rigoroso formalismo di un rarefatto immobile spazio metafisico (non dimentichiamo che De Pisis 23