il quale fu indubbiamente condizionato da lontane abitudini locali legate alle particolarità del luogo insulare e a vetusti tracciati di strade dipendenti dall’ubicazione dei ponti. Certo è che per i cittadini mantovani del Medioevo il ponente e il levante furono, a dispetto del sole, due punti del giro dell’orizzonte non molto discosti rispettivamente dal sud e dal nord. Il palazzo del Podestà è, nel campo dell’architettura civile, non solo un monumento illustre per l’originaria sua funzione di centro di governo, ma anche una sorta di palinsesto che rinserra, compenetrate, voci di più secoli, dalla fine del XII o inizi del XIII fino a quasi tutto il XV. Il suo oneroso restauro, intrapreso da un istituto di credito, la Banca Agricola Mantovana, che ha deciso di celebrare il proprio centenario con una benemerenza tanto illuminata, sta porgendo ulteriori dati di conoscenza, coi quali si spera di poter compiere un nuovo passo nella ricostruzione di quella concreta storia degli edifici pubblici medievali di cui una decina d’anni fa veniva acutamente ravvisata l’ampiezza di significato 10. E a tale fine si è pure dato inizio a un’organica raccolta di indicazioni contenute in documenti scrittin. Un’altra acquisizione rilevante, dovuta, questa, alla sensibilità e sollecitudine dell’attuale direttore dell’Archivio di Stato, avv. Giovanni Battista Pascucci, si è ottenuta mediante rimozione di intonaco dalla facciata della sede di quel preziosissimo deposito di fondi documentari. L’operazione ha portato in luce, insieme con altre tracce, due belle e complete bifore romaniche dotate di colonnine dai capitelli a gruccia: finestre di un palazzetto coevo all’alta torre che gli si erge accanto e che già esisteva al chiudersi del secolo XII, posseduta da un’ambiziosa casata proveniente dal contado 12. Emergono con ciò per la prima volta gli elementi di una residenza privata romanica nella città che già possiede noti e solenni palazzi gentilizi dell’epoca gotica. I capitelli a gruccia facevano finora mostra di sè, a Mantova, soltanto in due costrutti sacri: i campanili di San Gervasio e di San Leonardo, il secondo dei quali eretto nel 1154 o poco dopo. Del resto le bifore dell’edificio dell’Archivio di Stato, per il loro disegno e per il loro inserimento nella stesura muraria, richiamano come affini le trifore, i cui capitelli sono peraltro di differente forma, del grande palazzo della Ragione di Verona, costruito fra il 1193 e il ’94. E anche il motivo dei quadratini di cotto uniti per gli spigoli che orna le ghiere nelle due bifore in questione, facendo sentire con la sua grazia non lontano il secolo XIII, induce a collocare l’avanzo del palazzetto mantovano in quegli ultimi decenni del XII secolo in cui si svolse l’urbanizzazione dell’area nella quale si trova la testimonianza architettonica in parola: 13 area esterna, come quelle della chiesa di Santo Stefano e del palazzo del Podestà, alla « ci vi tas vetus ». Anche proprietari privati sensibili alla suggestione e ai valori del passato si sono resi meritevoli nei confronti della città e della cultura mediante lavori di restauro impostati e condotti con ottimi criteri. Ne ha beneficiato, con altri, qualche immobile contenente strutture del Medioevo tardo: testimonianze che, nella misura loro, arricchiscono pure esse il contesto della storia dei modi locali e chiedono di esservi sistemate. Sono specialmente da menzionare, a questo riguardo, i restauri del fianco di 12