costruzione verso la fine del sesto e i primi del settimo decennio del ’400. Luca Fancelli, nato a Settignano, giunge a Mantova alla metà del secolo da Firenze dove si era formato all’arte nell’orbita del Brunelleschi. Nelle prime opere mantovane, l’Ospedale Grande in città, il palazzo gonzaghesco di Revere (fig. 5) nel contado, egli segue pedissequamente i moduli e i canoni del grande caposcuola fiorentino, recepiti però, più che direttamente, nella interpretazione prosastica di Michelozzo. In particolare, nell’edificio di Revere, la cui struttura complessiva, derivata chiaramente dall’iconografia del castello tardomedievale, a mio avviso è precedente l’arrivo del Fancelli, l’intervento dell’artista si limita a ristrutturazioni parziali, all’affinamento di particolari dettagli; il portale (fig. 6), il ritmo del colonnato interno sono prettamente michelozziani, toscani comunque, come il disegno delle ghiere degli archi, l’uso del capitello pensile. Luca Fancelli, al suo arrivo, trova a Mantova un ambiente culturale assai complesso e vario: da una parte la scuola di Vittorino da Feltre, improntata ad un umanesimo pratico ed attivo che presentava singolari congruenze con l’idea brunelleschiana dell’architettura, la quale, oltre la scoperta della validità della progettazione come processo di sintesi aprioristica che porta all’unità dell’opera, impegnava tuttavia l’artista nella realizzazione del proprio progetto, nel concreto dell’hic et nunc; dall’altro la sopravvivenza dell’ideale estetico tardogotico nell’opera del Pisanello. Se il metodo della Ca’ Zoiosa rappresenta per il Fancelli un probante avallo della validità della sua formazione brunelleschiana, tuttavia il contatto con un mondo che ancora non ha perduto un’aura cortese e cavalleresca non resta privo di effetto. L’artista non rinnega la propria formazione culturale, ma progressivamente si accosta e si adegua al mondo padano. Ben presto rinuncia, salvi i principi basilari e generatori, al bagaglio di modelli fiorentini sfoggiato a Revere, giustapposto alla superficie di una cultura che viveva tempi e momenti diversi rispetto all’ambiente in cui si era iniziato all’arte. Quindi cerca in loco i modelli per la nuova architettura, da sottoporre al vaglio critico della ragione; egli attua un recupero critico e razionale di forme e strutture locali preesistenti. Ciò si riscontra già nel palazzo Secco di San Martino Gusnago (fig. 7), dalla pianta rigidamente geometrica, impostata tuttavia sullo schema tipico ad androne centrale. Nella Ghirardina di Motteggiana l’assimilazione attiva della cultura padana, l’adeguamento critico ad essa assumono carattere di maggiore evidenza. L’edificio si presenta con una struttura assai articolata : la facciata è costituita da un fabbricato lungo e basso, destinato ad abitazione per contadini ed armigeri, dal quale, previo un portale ad arco a pieno sesto e una scalinata, si accede ad un piccolo cortile pensile il cui lato di fondo è costituito dal loggiato a triforio della parte più alta dell’edificio, destinata al signore. Come definire la Ghirardina? Un castello, un palazzetto rurale, oppure una dimora signorile? Mi pare che applicare all’edificio una qualsiasi delle definizioni non permetta di carpirne il suo particolare significato, sia troppo restrittivo; essa infatti è nello stesso tempo castello, palazzetto rurale e dimora signorile, o meglio di tutto ciò una efficace sintesi.