Nella Ghirardina sta il frutto più maturo dell’atteggiamento del Fancelli verso il mondo padano, di quel suo indagarne non superficialmente le idee e i costumi, di quel suo accostarsi più alla sostanza, all’essenza di essi che alla superficie, alla singola espressione linguistica. Ciò che si è detto recupero critico e razionale del mondo padano, quel che significava avallare coscientemente la validità di una tradizione ivi presente, culturale e, a suo modo, artistica, trascende nella Ghirardina il territorio dell’architettura. Certo un esame comparativo è possibile, legittimo: il fabbricato basso e lungo ha il suo immediato precedente nella casa mantovana del primo ’400, la loggetta nel cortile appare in case di Mantova prima dell’arrivo del Fancelli; infine numerose ed evidenti sono le consonanze coi palazzi di Revere e San Martino Gusnago, gli alti camini di derivazione veneta, l’uso dei capitelli pensili nel loggiato, l’apparato scultoreo ancora tardogotico; anche qui appare la merlatura cieca (fig. 8): intenderla come mera partitura decorativa, come suggestione superficiale vuol dire destituirla del suo preciso valore iconologico e simbolico. Però la Ghirardina è soprattutto il recupero del pagus medievale nella sua forma e struttura complessiva: le mura, le case povere ma dignitose, l’ardua salita al castello, la dimora del signore alta e inaccessibile a controllo e difesa dei possedimenti; come a dire tutto il mondo, la dimensione chiusa di una società piramidale, attuale nel contado mantovano che vede operoso il Fancelli. Per questo l’edificio di Motteggiana, pur evocando suggestivamente lontane forme di vita e di arte medievali, tuttavia per quel suo aderire ad una concreta realtà storico-sociale, lungi dal-l’apparire sognante e fantastica rêverie, è piuttosto critico, cosciente, coerente revival. Le considerazioni realistiche ed amare che l’edificio ispira riguardano il suo stato di manutenzione; nonostante la confortante solidità delle strutture murarie, sono evidenti i segni di una incuria che si va perpetuando nel tempo ledendo in modo lento ma inesorabile il monumento; soffitti caduti, pavimenti ormai avariati e pericolanti, muri privi di intonaci e assaliti daU’umidità, mancanza di serramenti alle finestre: è l’inizio di una rovina che un pronto intervento potrebbe ancora scongiurare. LA VILLA GONZAGHESCA DI VILLIMPENTA Nella villa gonzaghesca di Villimpenta (fig. 9) il Marani per primo nel 1961 avvertì la presenza dello «spirito di Giulio». Nel 1969 io stesso ho creduto di assegnare tout court la villa alla paternità di Giulio Romano, attribuzione confortata dall’assenso di studiosi quali il Puppi e il Murray, con una datazione che la porrebbe tra la fine dei lavori alla villa del Te (non oltre il 1535) e l’inizio dei restauri di San Benedetto in Polirone (1539). L’attribuzione è confortata da una serie di considerazioni di carattere stilistico-tipologico che ritengo assai probanti: lo sviluppo sul piano orizzontale della costruzione, il piano nobile portato all’inferiore, l’uso del bugnato in giochi lineari e decorativi, l’utilizzazione di elementi strutturali 28 Fig. 5. Revere. Palazzo gonzaghesco. Fig. 6. Revere. Palazzo gonzaghesco. Portale. 29