Fig. 7. San Martino Gusnago. Palazzo Secco. Fig. 8. Motteggiano. La Ghirardina. Particolare della merlatura. alienati dalla propria funzione, come il timpano rettilineo delle finestre delle facciate innalzato fino al livello della cornice intermedia di cui si fa parte integrante, le piccole ma evidenti irregolarità, le aperture fra i triglifi, i nicchioni delle logge di evidente sapore romano. È, quella di Villimpenta, un’opera chiave nella vicenda artistica di Giulio Romano, posta a cardine tra il primo, euforico momento della villa del Te e il decorativismo arabescato e capzioso dell’ultima fase, di San Benedetto in Polirone e soprattutto della sua casa in Mantova (1544). Il Pippi giunge nella città dei Gonzaga nel 1524 da Roma, ricco delle esperienze e delle idee nuove che gli poteva dare la frequentazione del Raffallo manierista dell’« Incendio di Borgo », della « Trasfigurazione », di villa Madama. A Mantova l’idea di una architettura nuova, eversiva, rivoluzionaria deflagra nella villa del Te (fig. 10), opera anticlassica per eccellenza, dove la licenza e l’illusionismo assumono il carattere di parametri fondamentali. E’ questa, tra le opere di Giulio, la più fantasiosa, libera, sconcertante, emblematica di una precisa ed irripetibile congiuntura storico-ambientale, oltre che, naturalmente, fra le più compiutamente realizzate sul piano artistico. La dissoluzione delle forme classiche è portata alle estreme conseguenze: cornici spezzate con triglifi che cadono, muri che si flettono danno l’impressione illusiva che l’edificio sia sul punto di crollare, di perdere l’instabile equilibrio. L’apparato pittorico concorre a rafforzare tali effetti: come un violento sfacelo è rappresentata la fine di un mondo nell’affresco della Sala dei Giganti, « dove, ha scritto il Pallucchini, il gusto scenografico di Giulio Romano raggiunge un tale illusionismo da immaginare che i Giganti, scacciati dall’Olimpo, precipitino in un rovinio di pareti architettoniche, in modo da dare allo spettatore, come dice il Vasari, la sensazione che tutto il mondo sia sossopra e quasi al suo ultimo-fine e che ogni cosa gli rovini addosso ». La novità di Giulio nella villa del Te è grande anche sotto lo stretto profilo architettonico: l’edificio si sviluppa sul piano orizzontale secondo una planimetria quadrangolare con un ampio cortile interno; i vani si susseguono sulla guida di un criterio che ha per base un estro fantastico esuberante, di una violenza quasi barbarica, una libertà compositiva che si esplica in forme paratattiche, sale che si atteggiano ad altre senza un preciso nesso logico in quella continua ricerca di sorpresa che porta allo squilibrio della composizione, alla creazione di una poliprospetticità. Domina una concezione bidimensionale dello spazio, un linearismo e-spresso coi secchi profili delle semicolonne e delle lesene giganti a distanze eterodosse tra loro, con lo studiato e volutamente irregolare disporsi del bugnato sulla superficie muraria, con le eleganti decorazioni della fascia dei triglifi; gli elementi strutturali, gli atrii, le logge, sono dominati dalla tensione dinamica di forze tra loro in violento contrasto. Dopo la villa del Te Giulio non troverà più, almeno in architettura, questa spregiudicata ed assoluta libertà espressiva. Nell’ambiente culturale ed artistico mantovano dei primi decenni del ’500, pur così improntato ad un’ampia libertà di scelta di lessico e di soggetti, ad uno spregiudicato sperimentalismo teso nella ricerca di