nuove forme espressive (proprio in quegli anni il Folengo viene componendo in maccheronico la realistica epopea contadina del « Baldus », e quel poligrafo dal temperamento bizzarro, caustico, mordace, geniale che fu l’Aretino soggiorna alla corte dei Gonzaga), c’è qualcosa che frena le estrosità, le fantasie, le licenze dell’artista. Ciò è da ravvisare, a mio parere, nella imprescindibile presenza a Mantova dell’arte dell’Alberti, nei templi di San Sebastiano e di Sant’Andrea. Io penso che proprio Giulio Romano sia stato il primo ad avvertire l’importanza ed il significato dell’opera dell’Alberti a Mantova, ad assimilarne quindi i risultati, ad usarne nella creazione di forme nuove, artisticamente vive e valide. Che il Pippi assimilasse la lezione del Genovese appare del tutto logico, ove si pensi all’Alberti nella sua qualità di intellettuale teorico e trattatista, di ricercatore di nuove forme di linguaggio; ma l’Alberti appariva anche e soprattutto come l’autore di una lucida denuncia di una società in crisi (tale mi pare il significato più vero e profondo delle opere mantovane dell’architetto), nella sua luce di artista alienato dal concreto operare della prassi e dal pubblico dei fruitori: tutto ciò costituiva un probante ed autoritario avallo per chi pensava ad una architettura sperimentale, ribelle ed eversiva. D’altra parte l’umanista, col proporre ancora uno spazio misurato, geometrico, razionale, si poneva come freno alla licenza, alla bizzarria, ai pericolosi eccessi cui andava esposta l’operazione di radicale contestazione del Classicismo. La villa gonzaghesca di Villimpenta testimonia il momento di questo incontro. Diamo al progettista il tempo di meditare, di respirare a fondo l’atmosfera culturale mantovana: ci persuaderemo che l’opera va situata qualche anno dopo l’ideazione della villa del Te; essa è l’omaggio del manierista all’Alberti: nella facciata l’artista accosta al suo lessico più personale e caratteristico, che traduce l’architettura sul piano lineare delle due dimensioni, come era stato al Te, il pregnante tridimensiona-lismo dell'umanista architetto; il triforio plastico e chiaroscurato delle facciate trova la sua vitale ragion d’essere come critica e profonda meditazione sul movimento inquieto delle masse murarie nel prospetto del Sant’Andrea, come logica interpretazione dello stimolante alternarsi di strutture architravate ed arcuate nel San Sebastiano. Quando poi si ponga attenzione ad alcune soluzioni, come le logge biabsidate che non possono non richiamare la raffaellesca villa Madama sulle pendici di Monte Mario, come la planimetria (fig. 11), che ricrea ancora una volta e con accenti nuovi la struttura spaziale ad androne centrale; ed inoltre si tenga presente la datazione proposta, non oltre il 1539, apparirà allora chiaro come questa villa abbia potuto esercitare una qualche e forse non indifferente influenza sulla formazione artistica del Palladio, e sulla sua opera giovanile e matura. Soluzioni pianimetriche analoghe si riscontrano nella villa Marcello di Bertesina, nella villa Zeno di Cessalto, nella villa di Cadogno, e non sono che esempi stralciati da un più lungo elenco; la loggia biabsidata, invece, ricorre nella facciata verso il fiume di una villa palladiana ricca peraltro di numerose citazioni giuliesche, la Pisani di Bagnolo di Lonigo. 32 Fig. 10. Mantova. Villa del Te. Facciata verso il parco. 33