Fig. 12. Villimpenta. Villa gonzaghesca. Particolare del loggiato posteriore. Fig. 11. Villimpenta. Villa gonzaghesca. Pianta. 34 La villa di Villimpenta rappresenta, dunque, per Giulio Romano un momento di singolare ed irripetibile equilibrio, di ragionata coscienza critica delle proprie scelte linguistiche, di indiscutibile poesia; infine un sincero omaggio alla cultura mantovana, che dal terzo al quinto decennio del Cinquecento lo vede assoluto protagonista ed arbitro delle arti figurative. La villa gonzaghesca di Villimpenta attende da tempo cure energiche per i suoi mali che non sono pochi. Lo scoppio di materiale esplosivo depositato nel sotterraneo, durante le ultime fasi del secondo conflitto mondiale, ha causato il crollo del pavimento e della volta del loggiato posteriore (fig. 12); i muri portanti da questo stesso lato presentano vaste e pericolose crepe; nè valgono a rassicurare l’edificio alcune provvisorie puntellature. Naturalmente poi un po’ dappertutto alla mancanza di intonaco fanno contrappunto tracce sempre più inquietanti di umidità. Certamente questa villa può ancora essere salvata previo un intervento drastico ed improcrastinabile: l’attesa dura ormai da troppo tempo. LA FAVORITA, NEI DINTORNI DI MANTOVA La Favorita (fig. 13), appena a Nord di Mantova, oltre il Lago di Mezzo, rappresenta il momento più drammatico tra le situazioni finora passate in rassegna, un monumento che non esiste più, se non come rudere grandioso che ogni giorno vede morire una parte di sè. « Sulla metà del secolo scorso, ha annotato con precisione il Marani, l’edificio era ancora pressoché integro, poi fu vandalicamente devastato e abbattuto per gran parte. Ciò che oggi rimane è il rudere di un terzo del fabbricato originario... ». La Favorita riveste un’importanza fondamentale nel quadro della storia dell’arte mantovana, a testimonianza del momento in cui si assorbono i primi, larvati fermenti barocchi. Essa fu commissionata da Ferdinando Gonzaga a Nicolò Sebregondi, architetto valtellinese, formatosi all’arte prima in Fiandra e successivamente a Roma; e quivi certamente non doveva passare inosservata per lui l’opera del Vignola, densa di inquietudine e di premesse, e tuttavia incapace di affrancarsi completamente dai canoni un po’ magniloquenti e retorici del tardo Manierismo. La datazione della Favorita, tra il 1616 e il 1624, vale a dire in un periodo che vede i Gonzaga rapidamente avviati sulla china della decadenza, è significativa; il Marani ha acutamente notato che « l’aspirazione barocca a lasciare in disparte l’ambiente urbano si annunziava in quell’idea mantovana che, nelle proporzioni sue proprie, precorreva il regale avvenimento francese della creazione di Versailles ». È infatti probabile che il Gonzaga intendesse spostare la corte da Mantova alla periferia, alla Favorita appunto, come ci attestano documenti e ordinanze firmate e datate dal Duca proprio da quella residenza; in effetti l’edificio, soprattutto per le sue originarie dimensioni, più che una villa di soggiorno temporaneo, quale poteva essere per esempio quella di Villimpenta, appare un palazzo atto ad ospitare un’intera corte.