penta : occorre agire con sollecitudine, senza colpevoli indugi perchè queste, ed altre non ricordate, non diventino altre Favorite. Una società che si autodefinisce esempio di democrazia e di progresso, e che, tuttavia, pare non ricordarsi sempre che, se veramente è tale, lo deve non ad un suo merito esclusivo, ma anche ai millenni di civiltà e di conquiste, di cultura e di arte che l’hanno preceduta, può e deve salvare i monumenti, i documenti, le testimonianze dell’antichità. Altrimenti, la lezione della Storia, che si intende come viva, continua, incessante dialettica tra il presente e il passato, è stata vana ed inutile. PAOLO CARPEGGIANI Ritengo opportuno — omesse, per ovvi motivi, in questa sede le indispensabili note esplicative e bibliografiche — offrire, quanto meno, una succinta bibliografia orientativa, cui senz’altro rimando per una trattazione più chiara, documentata ed esauriente dell’argomento. E. Marani-C. Perina, Mantova: Le Arti, Voi. II, Mantova 1961, p. 28, pp. 78-81, p. 207. Voi. Ili, Mantova 1965, pp. 176-177. P. Carpeggiani, Decadenza delle ville gonzaghesche, in « L’Arte », Giugno 1969, Anno II, nr. 6, pp. 119-139. R. Campagnari, Un palazzo rurale quattrocentesco: la Ghirardina di Motteggiano, in AA.VV., Palazzi e ville del contado mantovano, Firenze 1966, pp. 7-14. P. Carpeggiani, Luca Fancelli architetto civile nel contado mantovano: ipotesi e proposte, in «Civiltà Mantovana», Anno IV-1969, Quaderno 20, pp. 99-101. P. Carpeggiani, Un documento dell’architettura di Giulio Romano: la villa Zani di Vlllimpenta, in AA.VV., Corti e dimore del contado mantovano, Firenze 1969, pp. 49-63. D. Nicolini, Una piccola Versailles gonzaghesca: la Favorita, in AA.VV, Corti e dimore del contado mantovano, cit„ pp. 65-79. 38 RUOLO DI MANTOVA E DEL SUO TERRITORIO La terminologia, quale aspetto del costume, è soggetta, come ogni altro, ad una continua metamorfosi, della quale non sempre riusciamo a darci una conveniente giustificazione. Eppure, quando un termine logoro viene abbandonato dall’uso, così come quando uno nuovo ne viene assunto, esiste quasi sempre una causa precisa. Non è infatti da ritenersi un caso che la generazione dei De Dartein1, dei Rivoira2, dei Porter3, attiva negli ultimi due decenni del secolo scorso e nei primi due del nostro, usasse il termine « lombardo » (riferito all’architettura, che noi ora chiamiamo romanica) conferendo all’aggettivo un’estensione geografica corrispondente - come in origine -a gran parte dell’Italia settentrionale ed una dilatazione storica - diciamo a retromarcia innestata - che risaliva sino a Ravenna; con complicazioni esarcali ancor ora non del tutto dipanate. Mentre oggi - a poco più di cinquant’anni - usiamo termini di più circostanziato significato, sia storico che geografico, ed inoltre affrontiamo nei nostri studi settori ben più limitati (avrete certamente notato che manca un testo aggiornato sull’architettura romanica lombarda nel suo complesso); come si conviene a tempi caratterizzati da sempre più approfondita e specialistica indagine. Ciò era forse fatale che avvenisse, ma non senza inconvenienti ai fini d’una visione d’insieme. È avvenuto così - quasi senza che ce ne rendessimo conto - che non soltanto l’Italia settentrionale, o la più limitata Padania, ma la stessa Lombardia (intesa cioè nell’attuale consistenza politico-amministrativa) sia andata soggetta a sezionamenti progressivi, di cui quello di prima istanza ha configurato tre gruppi di province: le occidentali, poste fra il Ticino e l’Adda, ma estese pure al territorio di Cremona, rimaste a far parte del Ducato di Milano e destinate a seguirne le vicende anche dopo il 1428; le orientali, passate da tale data nella sfera politica di Venezia, con la conseguente gravitazione culturale verso il Veneto; infine Mantova, che - con l’affermarsi dei Gonzaga - formò prima signoria (dal 1328), poi marchesato (1433), quindi ducato (1530) a sè. Tale triplice spartizione - e trascuriamo per semplicità quelle d’ulteriore istanza - trova dunque una reale giustificazione storico-stilistica, oltrecchè operativa; ma, come si diceva, presenta per contro anche i suoi inconvenienti. Mi sembra dunque giungere opportuno il recentissimo richiamo dell’Arcangeli - in occasione della mostra in corso all’Archiginnasio di Bologna4 - al concetto di lombardo, per via del « senso ormai nuovamente