invalso del termine », riferito a quella cultura « che ha fatto dell’antica ” padania ” una unità storico-culturale ». Richiamo che ci offre l’occasione di rimeditare se putacaso non siamo andati un poco troppo in là, nella pur strumentalmente necessaria settorizzazione di cui si diceva. Forse è proprio stato un eccesso di scrupolo (di cui io stesso devo riconoscere d’essere rimasto vittima, con ripercussioni negative proprio verso il territorio mantovano)5 a far sì che Mantova, una volta settorizzata, potesse quasi sembrare non più partecipe del concerto lombardo. Vero è che in questo concerto, e non solo per ragioni storiche, essa svolge un ruolo assai particolare. Mi si consenta di servirmi del- l’esempio dei palazzi suoi (che per forza di cose mi sono più famigliari): d’una densità urbana pareggiata in Lombardia soltanto da Brescia, ma d’un respiro, specialmente negli spazi interni, raggiunto solamente da autentiche altre capitali, quali furono Milano (però soltanto talvolta, ed ora quasi più, a causa delle perdite belliche e delle incontrollate trasformazioni posteriori) e Bologna (come ha rilevato l’altra mostra in corso in quella città, sul centro storico)6. Vero è che alcuni salienti accadimenti dell’architettura di Mantova esaurirono la loro sfera d’influenza nel territorio mantovano. Come avvenne per l’architettura del Fancelli (attivo a Mantova per un quarantennio, dal 1450 al 1490), i cui raggiungimenti sono stati determinanti, specialmente nel trapasso dal tipo del castello a quello del palazzo (ad esempio quello di Revere7, ma anche quelli meno diffusa-mente noti di Poggio Rusco e San Martino Gusnago) ed a quello della villa (ad esempio la Ghirardina a Motteggiana, ma anche la Picciona a San Michele in Bosco), oltrecchò in talun palazzo cittadino: un aspetto ancora troppo trascurato - se non localmente - del Rinascimento padano, dacché le stringate citazioni che il Fancelli riceve nei testi non sorpassano in genere l’attributo di spalla dell’Alberti (o magari del Mantegna). Ma non è meno vero che altri maestri, pur se di formazione e provenienza estranea - come del resto lo stesso Fancelli, toscano - con il loro passaggio, o la loro sosta a Mantova, costituirono quanto meno delle pregnanti presenze, quando non lasciarono concrete opere, determinanti ai fini dell’intero corso dell’arte lombarda del proprio tempo: s’allude al Laurana (presente a Mantova nel 1465, sembra per costruire un castello lungo il Po), all’Alberti (a Mantova nel ’60, nel ’63, nel ’70, nel ’71, soprattutto per seguire le fabbriche del San Sebastiano, 1460, e del Sant’Andrea, 1470), a Mantegna (a Mantova dal ’60, operoso nel Castello di San Giorgio nel ’74, e rimasto in tale città salvo il biennio romano - 1488-90 - sino alla morte, avvenuta nel 1506 e che sappiamo attivo anche quale architetto, se non - come vorrebbe il Fiocco - per il portico nel cortile del Castello di San Giorgio, almeno per la propria casa, 1476)8, allo stesso Bramante (se, com’è probabile, vi passò nel viaggio di trasferimento da Urbino a Bergamo, dove sembra sia giunto nel ’77), al Falconetto (veronese, operoso quale pittore a Mantova verso il 1520, ma pure architetto, palesando nell’una e nell’altra attività attenzioni anche verso l’architettura antica e tardo-antica, come ben dimostra proprio il ciclo di affreschi presso Palazzo D’Arco), infine a Giulio Romano (a 40 Mantova nel 1524, addirittura cittadino mantovano nel 1526, e rimastovi quasi ininterrottamente fino alla morte, sopraggiunta nel 1546). Per tacere d’altri apporti, peraltro nemmeno essi trascurabili. Come la costruzione della Favorita (1613-1624) ad opera di Nicolò Sebregondi, il quale pur essendo d’origine comasca - dunque lombarda - e dopo aver compiuto un viaggio in Fiandra, giunse a Mantova (1613) da Roma, impregnato di quel clima, contribuendo in modo essenziale, seppur non violento, al trapasso dal tempo manierista mantovano (il primo in senso proprio che si sia manifestato appieno in Lombardia) a quello barocco. Ed ancora -più tardi - quando per la gran fabbrica di Palazzo Sordi (1680) venne chiamato, addirittura dalle Fiandre, Francesco Geffels (il quale, meglio di come ha fatto, a Mantova non si poteva inserire). Mantova costituì dunque una sorta di terreno sperimentale, di luogo di confronto - vogliamo dire di happening? - ma anche di scambi e di amalgama che nessuna città lombarda - eccetto Milano, ma con altri esiti - può annoverare superiore o pari, e del resto poche altre - Rimini, Urbino, oltre a Firenze e poi Roma - pure a latitudini inferiori. Ma che ancora non le è stato appieno riconosciuto dagli studiosi, mentre sfugge quasi del tutto al pubblico. Il quale pur è accorso a far coda alla mostra mantegnesca del 1961 e che quindi sembra disponibile per un ricupero di Mantova, che va condotto anche a livello di interessi culturali di massa (risvolto che mi sembra debba rientrare anch’esso nei nostri interessi odierni). Ma più che sugli architetti, le date, i monumenti molto sinteticamente ricordati, sembra che tocchi a me di dover richiamare la vostra attenzione sul patrimonio castellano mantovano. È bene dire subito che nei confronti di altre province lombarde -si pensi ad esempio a Pavia, a Milano stessa - questa di Mantova non ò molto ricca in tal senso. Ma risulta ancor meno nota per quello che in effetti possiede, almeno sino a qualche temno fa; cioè sino alla compilazione della diligente carta del Romani0 ed al saggio meritorio del Boriani10, ai quali dovrebbe seguire un più impegnato volume, già annunciato sin dallo scorso annou, quale risultato delle ricerche sistematiche condotte da vari autori. Volume che si affiancherà opportunamente alle tre valide pubblicazioni sulle altre architetture del contado, uscite rispettivamente nel ’66, nel ’68 e nel ’69 12, all’insegna dell’affermazione - di Ercolano Marani - che si trattava di « una rilevazione da fare ». Ed aggiungerei di mio: eccome! Ma a tale scarsità di esemplari castellani superstiti si contrappone la loro qualità. Castel d’Ario e Castiglione Mantovano - pur fra loro tanto diversi - sono senza dubbio due dei più cospicui esempi di cartelli-recinti di pianura nell’intera Italia settentrionale. Analogo discorso si potrebbe fare pure per Monzambano per quanto concerne i castelli-recinti posti su rilievi, sebbene di questi ne possegga più numerosi la vicina provincia di Brescia. Il quadro paesaggistico in cui s’incornicia il castello di Villim-penta trova forse due soli riscontri nell’Italia intera: quello delle Fonti del Clitumno e l’altro, anch’esso castellato, del laghetto di Ninfa.