Nell’intero territorio italiano poi si cercherebbe invano un altro centro abitato con nome di Castellare - fra i molti che ne esistono: in Piemonte, in Liguria, in Emilia - che nemmen lontanamente possa essere avvicinato a Castellare Lagusello: un caso assolutamente unico, irripetuto, che dunque assomma ed esaurisce in sè un tipo13, accostabile a quello del borgo fortificato, ma con esso non esattamente identificabile. Tuttavia il grande protagonista dell’area castellologica mantovana è il Castello di San Giorgio nello stesso capoluogo. Immesso nel percorso quasi obbligato della visita del Palazzo Ducale, esso rischia di sfuggire al visitatore disattento; eppure costituisce uno dei monumenti e momenti salienti d’un intelligente approccio alla città. Bartolino da Novara poi, il suo architetto, è sfuggito persino ai redattori del recente « Dizionario Enciclopedico di Architettura e Urbanistica » 14. Prima di questo fortilizio, eretto per Francesco I Gonzaga, nell’ultimo decennio del Trecento, Bartolino15 aveva già progettato per Nicolò II d’Este quello di Ferrara, che lo precede di poco (dal 1385), con analogo impianto; quattro corpi di fabbrica con altrettante torri quadrate agli angoli attorno al cortile; uno schema direttamente ereditato dal Trecento visconteo (Pandino, 1379) e scaligero (Lazise), ma che rimase valido fin oltre la metà del Quattrocento (con particolare riferimento alla vicina provincia di Parma: dall’esemplare di Castelguelfo a quello principe di Torrechiara. 1448-1460). Però l’esemplare di Ferrara, in seguito ad un incendio (1554), ebbe rifatto il coronamento nel Cinquecento. Ed è invece proprio per via del coronamento - dotato sull’intero perimetro dell’apparato a sporgere, atto all’allora novatore criterio della difesa piombante generalizzata - che Bartolino. fra i primissimi nell’Italia settentrionale, imprime alla storia dell’architettura fortificata padana quel passo decisivo che l’introduce al Quattrocento e che gli esemplari di Vignola (1401-1408) e di Finale Emilia (1402-1425) avrebbero immediatamente raccolto. Il Quattrocento dunque inizia per l’architettura castellana padana prima che altrettanto avvenga - a secolo ormai parecchio inoltrato -per l’architettura cosiddetta colta; la quale peraltro - auspice il Fancelli -a Mantova adottò proprio la merlatura quale elemento di massima caratterizzazione, sia pure a livello allusivo ed esornativo. Ed anche allorquando, negli anni ’60-’70, si passerà dal tipo del castello a quello della rocca, ancora su pianta quadrata, ma con torrioni angolari rotondi, l’innovazione di Bartolino resisterà, fino agli estremi esemplari del tipo stesso della rocca (in particolare in quella di Ostia, che risale agli anni ’83-’86, ultima rocca nel Lazio, ove di lì a non molto il tipo del forte avrebbe soppiantato quello della rocca). Il tipo della rocca peraltro non fiorì tanto in Lombardia, ma piuttosto nella sfera romagnola-marchigiana, caratterizzata nei decenni ’70 ed ’80 da un vero e proprio furore costruttivo, che nessun’altra regione italiana conobbe pari : elencherò fra il 1456 ed il ’67 Ravenna, nel ’72-’82 Forlì, nel ’71-’80 Forlimpopoli, nel ’12-74 Imola, nel ’74 Pesaro, che è del Laurana, come la successiva di Senigallia, trascurando gli esempi di meno regolare tracciato, quali Monte Poggiolo presso Castrocaro, Dozza, Riolo 42 Terme, anch’essi all’incirca coevi16. Ma che tutti poterono trovare, se non esattamente i modelli, almeno i precedenti, proprio ed ancora sulle rive del Po: a Monticelli d’Ongina (c. 1458) e - attraverso tutta una serie di castelli piacentini - su su fino alla Cittadella di Piacenza, che risale addirittura agli anni 1315-’75; fortilizio questo d’erezione viscontea, e dunque storicamente appieno lombardo (ancorché siano scarsi, nella Lombardia attuale, i castelli dotati di torri rotonde). Essendo mancata la costruzione del Laurana sul Po, Mantova non partecipò per nulla a tale formidabile successiva stagione dell’architettura fortificata; ma sembra essersene voluta in qualche modo rifare, quando impresse analogo impianto (torrioni rotondi angolari e fossato attorno, tuttora con acqua) a quella Palazzina nel Bosco della Fontana (all’incirca del 1595, d’incerto autore, fra Dàttari e Viani), che costituisce anche per ciò un vero e proprio capolavoro d’ambiguità, se vogliamo una volta tanto adoperare con proprietà un termine che ormai si spreca, quando si parla di Manierismo. Ancora un monumento, questo dunque, in bilico - a quella data! - fra castello e villa, e che occorre venire a cercare proprio a Mantova, oppure reputo in nessun altro luogo (essendo tutt’altra cosa quanto - di meno lontano - potremmo rintracciare nella vicina E-milia: alludo alla Rocca, anch’essa manieristica, di San Giorgio Piacentino). Ma senza riscontri di sorta - che io sappia - nelle altre province lombarde. Penso che a questo punto sia sufficientemente palese - ad onta della sbrigatività di quanto ricordato - il ruolo, tutt’altro che puramente geografico, sostenuto da Mantova e dal suo territorio, nel contesto padano. Un contesto che abbiamo constatato presentare indubbie sfumature, ma non effettive soluzioni di continuità, e che potremmo quindi definire lom-bardo-emiliano-romagnolo-marchigiano; ove Mantova costituisce una sorta di cerniera; funzione nella quale, proprio come nell’elemento della cerniera avviene, questa possiede una sua specificità, anche fisica, come succede pure nelle due parti che essa collega e vincola, tutte e tre però costituendo assieme un unitario sistema, nel quale ognuna è costituente necessaria non meno di quanto rimane in sè entità individuata. Questo ruolo storico Mantova può averlo conservato, e se putacaso 10 avesse perduto, o ce ne fossimo scordati, direi che occorre ora ritrovarlo. Una volontà che del resto non manca, come dimostra la circostanza odierna, per cui la Lombardia s’è per così dire trasferita a Mantova. La già ricordata e per molti aspetti esemplare mostra « Bologna-Centro Storico », che a sua volta segue le analoghe iniziative ed esperienze attuate a Genova ed in altre grandi città, potrà servire da valido punto di riferimento e forse proprio da modello per Mantova (e vorrei che lo fosse pure per altre città italiane: da Vicenza a Ferrara, da Siena a Viterbo, da Lecce a Bari). Un parallelo piano per la valorizzazione del centro storico di Mantova, comunque lo si voglia concepire 17, a mio modo di vedere dovrebbe essere esteso però anche al territorio, tanto più che quest’ultimo detiene 11 conturbante primato lombardo delle costruzioni in cattivo stato, talora disperato, anche quando si tratti di architetture da annoverare fra le 43