FONDI PARTICOLARI DELLA BIBLIOTECA COMUNALE DI MANTOVA Come si legge nella lapide posta nell’androne dell’ingresso, la Biblioteca di Mantova è stata fondata nel 1780 da Maria Teresa in questo che era il palazzo del Collegio dei Gesuiti, soppressi nel 1773. La creazione della Biblioteca rientrava nel quadro delle riforme attuate in quegli anni allo scopo di contribuire alla diffusione della cultura nell ex Ducato dei Gonzaga. I fondi librari di cui l’Ente venne dotato, in parte provenivano da Vienna, in parte furono acquistati da Leopoldo Camillo Volta, primo prefetto della Biblioteca. Un grande incremento si ebbe con la soppressione dei conventi, attuata a partire dal 1769, ripresa fra il ’78 e 1 86 e completata con la venuta dei francesi nel ’97 K Tutti sanno quale importanza abbiano rivestito per gli Enti culturali tali soppressioni: un ingentissimo patrimonio venne sottratto ad inevitabili dispersioni e messo a disposizione di un pubblico colto che diventò sempre più numeroso. In tale modo entrarono a far parte del nostro fondo librario le biblioteche dei vari ordini: Benedettini, Agostiniani, Barnabiti, Crociferi, Domenicani, Filippini, Francescani (Osservanti e Riformati), Carmelitani (Scalzi e dell'Osservanza), Serviti e Teatini, per un totale di 7575 volumi a stampa, esclusi gli incunabuli e i codici2. Dopo un secolo dalla fondazione la Biblioteca, passata attraverso vari regimi - napoleonico, austriaco, italiano - diventava proprietà del Comune, che provvedeva a dotarla dei lasciti fatti da illustri concittadini. E qui vorrei ricordare solo i principali: D’Arco, Accordi, Predavai, Bol-drini, Cavriani e Negri. A parte va considerato il lascito di Giuseppe Acerbi, che donò la ricca biblioteca ed il carteggio, studiato dagli egittologi, dagli storici della letteratura italiana, e di grande interesse anche per gli studiosi della Finlandia e della Norvegia, dove l’Acerbi compì celebri viaggi. Assai importante è il carteggio di Saverio Bettinelli, continuamente consultato e che aspetta ancora il suo editore. Codici ed incunabuli formano una sezione speciale, dotata precisamente di 1362 codici e di 1295 incunabuli: numeri certamente cospicui e che pongono la nostra fra le maggiori biblioteche degli Enti locali italiani. Vanno aggiunti a tali cifre i 161 codici ebraici, facenti parte della Biblioteca della Comunità Ebraica e qui depositati con tutti i volumi a stampa. Va subito detto che la nostra Biblioteca riflette solo in minima parte il patrimonio librario che fu già della città. La ricchissima biblioteca dei Gonzaga è andata quasi totalmente dispersa: di essa noi abbiamo solamente alcuni codici e non certamente fra i migliori. Questi, trasportati a Venezia dall’ultimo Duca nel 1707, furono successivamente venduti ad un privato, che ne fece dono alla Marciana; in parte noi li abbiamo potuti vedere in quella splendida mostra che è stata allestita nel 1966 dall’allora Direttore Dott. Ubaldo Meroni3. Mancano pure le biblioteche delle casate nobili, andate pure quasi interamente disperse 4. È questo il risultato di un processo storico, per il quale la nostra città si è venuta a tiovare progressivamente spogliata di tesori che aveva saputo creare e raccogliere nei secoli d’oro della signoria gonzaghesca. Il fondo dei codici è quello che interessa direttamente gli studiosi di storia dell’arte. Uno studio sistematico non è mdi stato fatto: abbiamo un vecchio inventario dell’Ottocento che non ne indica la provenienza e non ne descrive gli eventuali pregi artistici. Il numero più cospicuo e più importante è quello dei volumi provenienti da S. Benedetto Po: si tratta, secondo Benedetto Benedini, di 372 codici. Il Meroni ne ha catalogati 250 secondo le regole oggi in uso, ma si tratta di un’opera dattiloscritta, quindi inedita, sconosciuta a molti, anche se noi la mettiamo sempre a disposizione e la indichiamo agli interessati5. Oggi l’unica opera edita riguardante tali codici è quella del Benedini, la quale si trova nel volume degli Atti e Memorie dell’Accademia Virgiliana del 1958 e integra gli articoli del Benelli e del Mainardi apparsi fra il 1868 e il 1870 nel Giornale delle Biblioteche. La maggior parte dei nostri codici manca di illustrazioni a tutta pagina. Generalmente hanno lettere iniziali grandi e piccole miniate e 1 ornamentazione è costituita da nodi intracciati, cui si accompagnano motivi floreali e zoomorfi. Solo in qualche caso appaiono figure umane. I colori sono sobrii, rosso e azzurro; raro l'uso dell’oro. Le eccezioni più interessanti sono costituite dal Psalterium Davidi-cum 6, dalla Vita di S. Benedetto7 ed in parte dal Messale 8 che assieme ad altri codici potete vedere nella piccola mostra allestita nella sala adiacente. Il Psalterium rappresenta certamente uno dei codici più prestigiosi del fondo benedettino. È stato studiato dal Venturi9, dal Toesca10, dal D’Ancona n. Esso va datato attorno al XII secolo ed ha, oltre a numerose miniature a forma umana, che contornano il testo, tre splendide miniature a tutta pagina, il cui stile risente, secondo il D’Ancona, di influssi bizantini. La prima rappresenta David che suona la cetra, la seconda l’arca santa e la terza una lettera riccamente miniata. La Vita di S. Benedetto, della fine del ’400 o degli inizi del ’500 con testo scritto in volgare, attira l’attenzione per una serie di 70 disegni a penna, che illustrano la vita del santo. Essi sono di esecuzione finissima e richiamano un altro codice che si trova nella Libreria Morgan di Nuova York. 49