Casa di via Cocastelli n. 5 e 7 Sempre nel 1969, durante i lavori di restauro e rifacimento della casa contrassegnata dai numeri civici 5 e 7 di via Cocastelli, sono state riportate alla luce vistosissime tracce di un importante fregio pittorico sulla facciata, anzi, precisamente nella trabeazione. Trattandosi di un edificio del tardo rinascimento, esso presenta una elaborata trabeazione con cornice a mensole cubiche e finestrine circolari che danno luce al solaio, fra le quali appunto sono riaffiorate le tracce del fregio. Il merito per questa interessante scoperta va, anche in questo caso, al sig. Giancarlo Madella titolare dell’impresa edile incaricata ai lavori di ripristino della vetusta costruzione, che con certosina pazienza, in considerazione dellestrema friabilità dell'antico intonaco affrescato, è riuscito, dopo un delicato lavoro di rimozione degli strati di intonaco che lo coprivano, a salvarne considerevoli tratti. Il fregio, nel quale i movimenti convergono tutti verso le finestre circolari, consta di un unico tema che si ripete nei due sensi, su ogni tondo; una figura umana in età virile, a tutto dorso, mancante delle estremità inferiori. Con una mano sorregge un serto di alloro che contorna la finestrina circolare mentre con l'altra tiene per il collo un uccello rapace dalle ali spiegate e con la coda terminante in un prestigioso arabesco di rami e foglie di sapore mantegnesco. Tutto ciò potrebbe riferirsi a qualche significato mitologico. Ad esempio Ercole e gli stinfalidi, i leggendari uccelli dagli artigli, becco, ali e penne di bronzo la cui distruzione costituì la quinta fatica del mitico eroe. Di temi mitologici, d’altra parte, è ricca l'arte rinascimentale e, come attesta anche il fregio in argomento, gli artisti di quel lontano momento felice per le nostre arti, attingevano neM’olimpo delle classiche deità i motivi delle loro ispirazioni. L'edificio interessato a questo rilevante ritrovamento, prima dei lavori, si presentava in condizioni assai precarie sia per l’inidoneità delle abitazioni, come pure per la fatiscenza di strutture murarie interne, ragion per cui, l'auspicato ed inderogabile intervento risanatore ha giustamente agito seguendo i crismi del più rigoroso rispetto verso le parti originali e valide mentre per i contesti d’ordine comune aggiunti in epoche successive, ha operato con un drastico svuotamento e successiva ricostruzione con criteri razionali. D’altra parte, onde evitare la morte della vetusta costruzione era indispensabile fossero apportate migliorie ed adattamenti consoni alle esigenze del vivere moderno. Per una succinta cronistoria dell’antico edificio, basata unicamente su dati intuitivi, i punti salienti possono essere così riassunti: costruzione tardo rinascimentale, forse della fine del XV o inizio del XVI secolo. Probabile dimora nobile o comunque certamente di famiglia cospicua. Occupa un’angusta superficie tra vicolo Freddo, via Cocastelli e vicolo S. Maria. Non è da escludere che all ’inizio il fabbricato fosse limitato in quella parte che volge verso vicolo Freddo, la cui facciatina presenta oggi apparentemente inalterato il ritmo delle aperture, mentre la rimanente area fino al limite con vicolo S. Maria potesse essere invece adibita a minuscolo giardino. Il sostegno di questa tesi, debole ma non trascurabile, sta nell ’indagine al motivo del fregio menzionato all’inizio della trattazione, il quale presenta nel suo schema una cadenza obbligata a cui soggiace, in assoluta indipendenza dalle aperture sottostanti, l’ordine dei finestri- ni tondi. La mancanza dei rapporti tra questi importanti elementi, può avallare sufficientemente l’ipotesi che al concepimento del fregio, la facciata verso via Cocastelli potesse esistere solo in parte. Sempre in pieno rinascimento, l'edificio può aver subito una radicale trasformazione consistente nel completamento della facciata sopra menzionata, e l’erezione della parte adibita ad alloggio per la servitù, ora visibile verso vicolo S. Maria, e quindi, di conseguenza, la scomparsa del giardinetto. Dopo di che, se si eccettua la chiusura delle due finestre a sinistra, nella movimentata esistenza dell’edificio deve essere succeduto un lungo periodo di stasi, un « relax » di circa due secoli e mezzo, cioè fino a quando, caduta la nobile attribuzione, ebbe a soggiacere ad usi comuni. Infatti sono del secolo scorso le due deprecabili aperture a sinistra, e sono quanto resta di una vecchia osteria, con annesso stallo, rimasta in vita fino ai primi decenni del nostro secolo. A questo punto, conclusa la fase « storica » e volendo analizzare il concetto di restauro delle parti rispettate, è doveroso innanzitutto un plauso per la meticolosità adottata nel porre in rilievo ogni minimo particolare. In tempi di spregiudicata libertà come questi che viviamo oggi un simile restauro è paragonabile ad uno squarcio di sereno in un cielo denso di nubi. Pur tuttavia può destare un certo rammarico il mancato ripristino delle aperture originali e l'omessa relativa chiusura di quei due stonatissimi ingressi immeritatamente valorizzati con tanta cura. Un vero peccato! Ripristinando l’originale distribuzione dei vuoti « ad altare » al dignitoso edificio si sarebbe ridonato per buona parte l'antica fisionomia. Questa preferibile soluzione d'altra parte, non avrebbe rappresentato alcun che di audace o di avventato, nè tanto meno avrebbe peccato di fantasticheria, poiché per quanto riguarda le finestre a destra, sotto l’intonaco ne esistono le tracce. Circa la sistemazione della parte a sinistra persuade la soluzione logica, ed infine, l'arco in mattoni posto in evidenza, testimonia la presenza dell'ingresso centrale. Senza dubbio II rispetto, sia delle parti autentiche come pure delle aperture ottocentesche è dovuto a dettami ben precisi e basati certamente su ragioni solide. Ma il giudizio dello sprovveduto passante, come per reazione immediata, si forma da ciò che vede, e di riflesso la prima domanda che si pone è questa: l’apertura centrale non avrebbe consentita una maggiore e più razionale utilizzazione delle super-fici interne? Non è da escludere l’eventualità che i lavori siano stati condotti con criterio, parallelo al restauro recente del Palazzo del Podestà; ma non bisogna dimenticare che nel riordino del duecentesco monumento si è inteso anche rendere omaggio a quel sommo, grande architetto che fu Luca Fancelli, mentre nel nostro caso l’omaggio è andato se la memoria non tradisce (e qui lo scrivente chiede venia per la nota di divertimento) ai signori Grilli, i vecchi gestori deM'osteria, il merito dei quali consiste nell'aver sicuramente mesciuto vino schietto e generoso. Insomma, per concludere, il restauro in questione senza dubbio va visto in senso positivo, anche perchè la minuziosa cura rivolta a porre in rilievo ogni minimo particolare, offre di continuo la possibilità d’indagine. Con tutto ciò bisogna ammettere che alla già pur lodevole buona volontà dimostrata è venuto a mancare il complemento, ovvero il « tocco finale » e senza di questo, l’occasione di ricuperare