rativi e mostrarono amicizia e costanza senza pari, furono la Signora Emma Siegzmond Herwegh di Berlino, Pietro Gironi di Prato. Dopo salvatomi dal Castello di San Giorgio, due poveri Mantovani e quindi alcuni giovani Lombardi che esposero per me sostanze e sicurezza personale, ed un mio amico, che durante la prigionia mi spedì il danaro per vivere ». Con la caduta nel fossato l’Orsini si dislocò un piede e trascinandosi lungo il fossato, invocava aiuto per trarlo in salvo, alle persone che ivi in quel momento transitavano. Alcune persone alle sue parole, intuendo che si trattava forse di un prigioniero evaso, tirarono avanti. Finalmente passò un giovane robusto, così scrive l'Orsini, un contadino, che si prestò a tirarlo su con la corda gettatagli dall’Orsini stesso; ma non riuscendovi chiamò un altro che lo trasse su quasi di peso. Il primo che si prestò fu un povero pescatore ed uccellatore di nome Giuseppe Sugrotti, detto « Toffin », che con impulso generoso trasse l'Orsini dalla fossa, aiutato da due contadini che ivi passavano; se lo pose cavalcioni sulle spalle, simulando di portare un ubriaco e cantava a squarcia gola, una faceta canzone paesana: « è mort al povar Piero eh l'era 'n gran bon omm », provocando le risa dei passanti, fra cui alcuni soldati austriaci. In questo modo poterono passare al di là della porta di San Giorgio e nascondere l’Orsini fra i canneti, che fu rifornito dallo stesso Toffin di cibi e rasoio per radersi la folta barba che lo distingueva, per mezzo del suo amico Domenico Carlini. Il vetturale trovato dal « Toffin » per condurre Orsini in salvo, si chiamava Alfredo Begatti, detto Picinin, che sfruttò abilmente l’occasione propizia per riempire il suo borsellino; mentre « Toffin » ricusò ogni offerta di compenso e tacque perfino il proprio nome per tema che gli potesse tornare funesto. Di questi scrupoli del Sugrotti si sarebbero valsi altri, spacciandosi per i veri salvatori. Ed invece « Toffin » anche nella indigenza è sempre rimasto col solo conforto della generosa azione compiuta. Come era vestito l’Orsini quando si calò nel fossato furono a descriverlo Prospero Gabrielli e Giuseppe Guindall, che transitarono in quel momento da Porta San Giorgio per andare a tendere le redini nelle valli: « Videro trascinarsi zoppicante nella fossa del Castello ed al piede del secondo torrione un uomo tarchiato, dal volto espressivo, dalla barba folta, vestito civilmente con una greca oscura tendente al bleu, che portava in capo un berretto oscuro con cerniera di pelle ed aveva ai piedi delle pantofole rossiccie ». Si dà per certo che l’Orsini, prima di calarsi nel fossato, abbia fatto calare un fagotto contenente il suo soprabito ed il manoscritto di un romanzo storico, che aveva compilato durante la detenzione nel carcere (1). Sul cappotto di Orsini, Francesco Crispi nel suo « Diario della spedizione dei Mille », narrava che entrando un giorno nella camera da letto di Mazzini a Londra, lo trovò occupato attorno ad un soprabito elegante di taglio inglese in una operazione stranissima che consisteva di aprire bottoni d’osso di una forma speciale, introducendovi nella cavità una sostanza densa, oscura, di colore nerastro. Questo soprabito era destinato a Felice Orsini, che aveva comunicato al Maestro l’intenzione di preparare la fuga dal Castello, ricorrendo alluso dell’oppio, per addormentare i custodi del carcere. Progetto che si dimostrò impossibile e pericoloso. L’Orsini deve aver poi regalato, dopo la sua celebre fuga, il soprabito al De Boni Filippo. Il Crispi, per un delicato riserbo, non chiese al Mazzini a chi fosse destinato il soprabito; ma rivedendo nel 1861 alla Camera dei Deputati, 32 Filippo De Boni che indossava quel soprabito, che aveva già visto presso il Mazzini, palpeggiandolo chiese al De Boni: dove l’hai pescato? lo lo conosco... E' una storia lunga, rispose il De Boni. E gli raccontò come il Mazzini ebbe modo di inviarlo ad Orsini a Mantova nel forte di San Giorgio, a mezzo della Signora Herwegh, della cui amicizia l’Orsini ebbe assai a lodarsi, e di averlo avuto poi dall ’Orsini stesso, dopo la sua fuga da Mantova. Infatti l’Orsini nelle sue « Memorie » accenna diverse volte alla Signora Emma Herwegh e nella sua diatriba sorta coi Mazziniani a Londra, che l’accusavano, dopo la sua fuga, di ingratitudine verso il Maestro (Mazzini), proruppe: « io debbo tutto al mio amico L..., alla Signora Herwegh e a Pietro Gironi. Dopo di questi sono debitore della salvezza a me stesso, alla Provvidenza, e agli uomini che mi raccolsero dalla fossa e mi assistettero poscia ». E' a questo punto che la trafila per salvare Orsini, dopo la sua fuga dal Castello di Mantova, incomincia a profilarsi. Una serie di contrasti impedì alla polizia austriaca di riacciuffare l'Orsini. Essi ritardarono di alcune ore la caccia, che si svolse per lo più entro la città di Mantova, che nelle vicinanze, in modo che l'Orsini ebbe il tempo di raggiungere i punti in cui poteva mettersi in salvo, per i soccorsi che ebbe poi dall'amico L... Chi era L...? Nelle sue « Memorie » non pronuncia il nome per il riserbo impostosi, perché L... viveva sotto il dominio austriaco. E questo riserbo l'Orsini lo portò con sè, perché il 13 marzo 1858 il patriota Orsini fu ghigliottinato a Parigi a piazza de la Roquette. Gli storici hanno tentato di ricostruire la trafila con ricerche mitico-lose. Pare che l’amico L... fosse di certo Luigi Folli di Codogno, col quale aveva stretto una calorosa e simpatica amicizia in occasione di un incontro fatto alcuni anni precedenti a Nizza. L'affinità dei sentimenti patriottici, l’amore ai cavalli, ed ai viaggi, devono aver molto influito per questa amicizia. Ricco, generoso, il Folli inviò danaro all 'Orsini durante la sua prigionia e si dà per certo che fu lui, dopo la fortunata evasione di Orsini dal Castello di Mantova, che apprestò tutti i mezzi necessari per passare in Piemonte. Nelle sue « Memorie » l'Orsini ha narrato che ■ rimasto otto giorni nelle vicinanze di Mantova, pare a Marmirolo, in una cascina che porte- rebbe ancora il nome di « Orsina », dalla quale potè finalmente corrispondere con amici, che si offrirono pronti ad ogni sacrificio per la sua salvezza. Ad ogni 15 miglia v'erano carrozza, o cavalli pronti, dice Orsini, cosicché in poche ore potetti uscir fuori dal territorio austriaco ». Incontrò delle pattuglie, perfino una con un povero diavolo arrestato per ¡sbaglio in sua vece. « Si narra che nella rapida corsa, alla carrozza, su cui eravi l’Orsini, appena alla svolta del ponte sull’Adda, a Gera di Pizzighettone, si rompesse il timone e che i gendarmi del luogo, senza sospettare, si prestassero a riattaccare con la corda, il timone spezzato, augurando poi un buon viaggio al fuggitivo ». Da una lettera del marzo 1844 deH’Avv. Giovanni Faruffini, aH'amico dr. Luigi Cìngia, si rileva che Luigi Folli nel giorno prefissato mandò nella località intesa il bravo Pietro Raggi, pure di Codogno, uomo dotato di un coraggio a tutta prova, il quale seppe deludere la sorveglianza della polizia conducendo seco l’evaso presso l’Ing. Natale Griffìni, allora affittuario alla Cascina Sisto in Comune di Rocco del Porto. Di qui il Griffini, con ardimento non comune, guidò l'Orsini in Piemonte, 33