ANTIFASCISMO E RESISTENZA L'ultima incarnazione del fascismo, la sedicente repubblica di Salò, costituita nel settembre 1943 sotto la protezione delle truppe tedesche hitleriane, che occupavano la maggior parte della penisola, fu abbattuta dalla Resistenza partigiana, dopo venti mesi di sanguinose battaglie. Ma la Resistenza stessa era stata preceduta da una lunga lotta, durata quasi un quarto di secolo, contro il fascismo trionfante, lo ho vissuto quella lotta. Come tanti altri militanti antifascisti, ho affrontato il Tribunale speciale, ho scontato sei anni di carcere, ho partecipato in Francia e in Spagna alla difesa della democrazia, sono stato, nella Resistenza, rappresentante del Partito d’Azione nel Comitato di Liberazione Nazionale per l’Alta Italia e nel suo ristretto comitato insurrezionale. La lezione che ne ho tratto scaturisce dall'esperienza: diviso l'antifascismo fu sconfitto, unito vinse. Dal 1920 al 1922 gli assalti violenti ed omicidi dello squadrismo fascista, protetto dai pubblici poteri che avrebbero avuto il dovere di reprimerlo, furono fronteggiati dalle organizzazioni operaie, che ne erano II primo bersaglio, in ordine sparso. Ognuna delle Camere del lavoro invase dalle squadre armate fasciste, si difese, se potè e come potè, da sola. Mancò qualsiasi coordinamento antifascista su scala nazionale o anche regionale, mentre il maggior vantaggio degli aggressori fascisti era dato proprio dal periodico raggruppamento del grosso delle loro forze regionali, o interregionali, contro obbiettivi isolati. I comunisti s'erano appena separati dal partito socialista, gli anarco-sindacalisti, i repubblicani, gli organizzatori delle leghe cattoliche, facenti capo, politicamente, al Partito Popolare, erano tutti su posizioni divergenti. I liberali non si rendevano ancora conto della natura delittuosa e dittatoriale del fascismo che molti giudicavano come una « sana » reazione dello spirito nazionale alle presunte prepotenze dei * rossi » e agli eccessi negli scioperi, specie nei servizi pubblici. Solo alla fine di luglio del 1922, quando il movimento operaio era già virtualmente sconfitto, la confederazione generale del lavoro e le altre maggiori organizzazioni sindacali di sinistra promossero uno sciopero generale di protesta, contro le terrificanti illegalità fasciste. Era già troppo tardi. Poco dopo il fascismo, vittorioso sul terreno della violenza, fu chiamato al governo dal re. Alla Camera del deputati, sulla carta una maggioranza antifascista ci sarebbe ancora stata. Ma solo i deputati socialisti, comunisti e repubblicani votarono contro la concessione dei pieni poteri al governo di Mussolini. Gli altri gruppi parlamentari s'illusero di poterlo « normalizzare ». Anche alle elezioni dell’aprile 1924, che si svolsero già sotto il terrore fascista, ognuno dei partiti d’opposizione si presentò per conto proprio. L’assassinio del deputato Giacomo Matteotti, segretario generale del Partito Socialista unitario e democratico, che aveva denunciato le violenze governative fasciste, provocò il concentramento della maggior parte dei deputati antifascisti in una coalizione che fu detta dell'Aventino. Ma non tutti gli oppositori parteciparono alla protesta aventiniana e l’Aventino stesso rimase passivo. Il regirtie potè instaurare la propria dittatura totalitaria, sciogliendo ogni partito diverso da quello fascista e sopprimendo completamente la libertà di stampa, così come quella di riunione e sindacale. 2 L'elenco delle condannte al Tribunale speciale e delle assegnazioni al confino di polizia, così come la lettura dei giornaletti antifascisti stampati alla macchia, che circolavano clandestinamente in Italia, e dei giornali fuorusciti che si stampavano all'estero, ci dà la prova d'una incessante sfida di minoranze alla dittatura onnipotente, ma queste minoranze stesse erano divise in partiti e movimenti che non s'erano ancora alleati fra di loro, se non parzialmente. Un’unità più larga si ebbe col volontariato internazionale in difesa della repubblica spagnola aggredita, nel 1936, dal fascismo e dal nazismo. « Oggi in Spagna, domani in Italia », la parola d'ordine lanciata da Carlo Rosselli, che sicari fascisti uccideranno poco dopo, era nel cuore di tutti i volontari antifascisti. Ma anche la loro unità non fu totale e fu infranta prematuramente, senza dire che si trattava ancor sempre del volontariato dei soli militanti di sinistra. Soltanto al principio dell’estate del 1943, dopo i primi moti di protesta degli operai di Torino e di Milano, e alla vigilia del licenziamento di Mussolini da parte del re, a seguito della sconfitta delle forze armate italiane, mandate allo sbaraglio con incoscienza criminale e a seguito dello sbarco anglo-americano in Sicilia, si pervenne alla formazione d’un comitato di tutti i partiti antifascisti, ricostituitisi nell'illegalità: Democrazia Cristiana, Partito d'Azione, Partito Comunista, Partito Liberale, Partito Socialista (più tardi anche la cosiddetta Democrazia del Lavoro e, in alcune regioni, il Partito Repubblicano). Dopo l'invasione tedesca dell’8 settembre, questo raggruppamento si organizzò in Comitato di Liberazione Nazionale e assunse la guida politica della Resistenza. Ma l’unificazione militare delle forze partigiane tardò in sulle prime, anche allora. Nel 1944 fu realizzata. Attraverso l’unità raggiunta si conseguì la vittoria, con l'insurrezione nazionale del 25 aprile 1945. I governi del Comitato di Liberazione Nazionale, presieduti prima da Bonomi, poi da Parri, infine da De Gasperi, condussero l'Italia all’avvento della Repubblica, col referendum istituzionale del 2 giugno 1946. L’unità non durò abbastanza a lungo. La Carta costituzionale fu ancora votata a larghissima maggioranza dall'Assemblea Costituente, ma già sul problema, d'importanza capitale, dell'epurazione dei fascisti dalle leve di comando dello Stato e della società, i partiti del Comitato di Liberazione Nazionale si divisero. Il risultato fu che anche quei fascisti che erano stati epurati nel 1945, furono disepurati negli anni immediatamente successivi, e poterono così inquinare di nuovo l’amministrazione statale e i suoi organi di prevenzione e di difesa. Ancora maggiori erano le divisioni, fra gli stessi partiti che avevano sostenuto insieme la Resistenza, sulle questioni di fondo delle necessarie grandi riforme economiche e sociali e sulla collocazione internazionale dell'Italia, in un mondo dilaniato da due blocchi contrapposti di potenze. Le divergenze ruppero anche quel tanto d’unità antifascista che fino al 1947 sera mantenuta sul piano governativo. Era inevitabile che questo accadesse prima o poi, dacché le democrazie parlamentari suppongono le diversità fra i partiti e il loro alternarsi al governo e all'opposizione. Ma la costruzione d'una salda democrazia in Italia avrebbe richiesto una certa collaborazione fra maggioranza e minoranza, perlomeno al fine d'evitare ogni reviviscenza del sottile veleno che il fascismo aveva diffuso e che non era stato estirpato, e al fine d'attuare integralmente I precetti e gli istituti di libertà previsti dalla Costituzione repubblicana. S'Intende che la colpa dell'eccessiva lacerazione dell'antifascismo non è solo di questo o quel partito, ma di tutti i partiti che godevano d'un certo seguito popolare nel 1947-48. Davanti alla recente rivelazione, preceduta o accompagnata da stragi efferate, dei disegni di rivincita del neo fascismo, e delle complicità, talvolta altolocate, ch'esso ha trovato, l'esigenza dell'unità, nella difesa della democrazia repubblicana, sale dal paese. Ma perché l'unità sia sostanziale, e non soltanto retorica, bisogna che nessuno dei partiti antifascisti voglia imporre la propria egemonia e che ognuno d’essi faccia le necessarie concessioni alle esigenze imprescindibili del risanamento del costume, deteriorato dalla prassi del sottogoverno e della salvezza dell'economia nazionale, travagliata da una gravissima crisi inflazionistica, che a sua volta conduce alla depressione e alla disoccupazione. L’unità d’altro canto, non va forzata su temi sui quali permangono dissensi per ora non superabili, così sulle alleanze internazionali che l’Italia ha contratto e che a mio avviso, per esempio, non può disdire senza correre gravi rischi. Su questi temi, ciascun partito e, del resto, ciascun antifascista, rimanga pure del proprio parere. Ma tutti gli antifascisti siano uniti nella volontà d'impedire la rinascita del fascismo che, con la sua dittatura, asservì l’Italia e la portò al disastro. E questa volontà si traduca, finalmente, e assai fermamente, nella repressione radicale dell'eversione neofascista, nella sua severa punizione. Se a tale uopo occorrono nuovi strumenti legislativi, si votino rapidamente e intanto si applichino, inflessibilmente, gli strumenti che esistono. Questo è il modo più degno, più adeguato, di celebrare il trentesimo anniversario della Liberazione. LEO VALIANI 3