MANTOVA 24 APRILE PALAZZO DELLA RAGIONE RIUNIONE CONGIUNTA DEI CONSIGLI COMUNALE E PROVINCIALE per la celebrazione del trentennale L'orazione ufficiale tenuta dal prof. Renato Giusti Se cronologicamente il periodo della Resistenza, che per lo più si intende in senso militare, è racchiuso negli anni 1943-45 (8 settembre - Liberazione), in realtà da un punto di vista storico e storiografico tale periodo si dispiega in fasi differenti e più ampie nel tempo e insieme più articolate, secondo un’idea cardine intorno alla quale ruotano gli avvenimenti, le ideologie che si precisano negli anni, le persone stesse che, di volta in volta, assumono un ruolo determinante nella vita politica o culturale della città. In tal senso, gli studi circa le origini del fascismo, la conquista del potere, il regime e la seconda guerra mondiale sembrano « scandire », nel susseguirsi dei fatti, occasioni e momenti del crescere continuo di una tragedia, che travalica i limiti del mondo « italiano » per coinvolgere l'Europa intera e Stati e paesi di altri continenti. Poiché è impossibile valutare partitamente il contri- buto offerto dai protagonisti mantovani alla soluzione del problemi di libertà, (lotta contro lo straniero, cospirazione contro il regime, resistenza armata in patria e all'estero, campi di concentramento, ecc.), non ci si può che limitare ad un rapido disegno di impronta più generale, con qualche brevissimo approfondimento, per non far scadere a mero discorso celebrativo l'occasione attuale. Della quale, per altro, desidero approfittare non solo per invitare privati cittadini ed associazioni a mettere a disposizione (in originale o in copia) documenti, fotografie, cimeli che possano meglio mostrare la presenza dei mantovani nella guerra di liberazione in Italia o all'estero, ma anche per stimolare studiosi già noti (come il prof. Salvadorl) o giovani laureati, cultori appassionati, ex-redu-ci e resistenti (come i sigg. Camerlenghi, Grisanti, Verona ed altri) a raccogliere dati e documenti, a stendere rievocazioni di guerra o di prigionia, appunto perché non si disperdano le residue documentazioni e memorie del passato; ed ogni contributo, anche minimo, sarà assai positivo se cia- scuno è In grado di superare il pudore delle proprie esperienze, il dolore rinnovato nel ricordo, Il timore di veder mal compreso il proprio lavoro - destinato alla comunità mantovana. Per quanto sia facile per uno studioso di storia contemporanea lasciarsi tentare a pronunciare giudizi personali e prematuri e cadere nelle insidie che derivano dall'abbondanza di materiale non selezionato, è indubbio che l’avvedutezza, il senso critico e lo scrupolo di verità dello storico riducono a dimensioni pressoché simili a quelle che si riscontrano in altri campi dell'indagine storiografica, il rischio esistente sul piano culturale connesso con la scelta e l'argomento; e che si possa scrivere la storia dei fatti in corso, cioè di un processo non ancora compiuto, e che si possa passare dalla cronaca alla storia senza dover ricorrere a nessuna giustificazione particolare è cosa ormai pacificamente ammessa dagli storici, anche se non mancano coloro che si trincerano ancora dietro qualche formula e aforismo 6 crociano, di quel Croce che seppe fare, da par suo, storia del suo tempo; anche se non mancano coloro che dimenticano Tucidide, Livio, Machiavelli o Guicciardini come storici dei loro tempi. Non si capisce per quale motivo poi dovrebbe esser lecito far storia del Risorgimento italiano, della rivoluzione francese, o della civiltà comunale, e non invece deM'età contemporanea che tante suggestioni offre alla vita del nostro tempo, ed utili ammonimenti — secondo lo spirito del Machiavelli — a meglio intendere il farsi medesimo delle cose. E’ vero però che la perfezione d’una storia è nell'essere spiacevole a tutte le sette-, ed anche le polemiche potranno in tal senso aiutare a chiarire le ragioni di fondo delle posizioni politiche così come delle scelte morali o storiografiche di fronte alla realtà degli eventi. Ciò che conta è altro: è che l’opera sia mossa da puro intento di ricostruzione dei fatti, non cambi intenzionalmente la verità e la realtà, non diventi — di proposito — tendenziosa e di parte. A che servirebbe allora una « storia » di tale natura? Non solo verrebbe meno al suo compito lo storico, non solo tradirebbe il suo mondo morale — quasi rinnovata trahison des clercs — aprirebbe anche un ampio spiraglio a tutte le reticenze e a tutti i silenzi che sono tipici di un costume (storiografico ed umano) che rivelano il travisamento della verità, della giustizia in ogni ordine di valori. Proprio perché la * battaglia » di cui si parla è finita da trent'anni, con gli esiti che conosciamo e le conseguenze di cui ognuno può dare un giudizio in dipendenza della sua sensibilità politica e delle sue scelte morali o Intellettuali, è giusto ormai proporre una prospettiva storica, nella quale si possa comprendere da un lato il presente come storia e dall’altro si distingua il punto di vista storico, intorno agli eventi accaduti, da quello politico, sorretto da impegno pratico, intriso di passioni e di tensione ideale; non si tratta dunque di andare alla ricerca della * colpa » di singoli o di una classe dirigente (come fece Jaspers a proposito della Germania), di fare denuncia della « responsabilità » di governi e di popoli, anche perché il problema della responsabilità non riguarda tanto la storia quanto la vita morale e politica; (lo storico non è certamente un giudice che giudica e manda, né possiede la forza « manzonianamente » divina che atterra e suscita, affanna e consola). Tuttavia, poiché nessun movimento (rivoluzionario o reazionario che sia) nasce senza radici nella realtà del paese dove nasce e si sviluppa, diventa necessario procedere circa l’ultimo cinquantennio di storia contemporanea, per analogia, come a proposito dell’età del Risorgimento: «Noi non ci contentiamo più di raccogliere le testimonianze dei fatti per soddisfare la nostra sete di collezionisti di patrie memorie o per esaltare il sacrificio degli eroi e dei martiri. Noi vogliamo capire e spiegare a noi stessi i problemi del presente. Noi vogliamo servirci della nostra esperienza per meglio penetrare nel mistero del passato e cogliere fin dalle fasi iniziali i fili conduttori di certi processi storici di cui i primi agenti non poterono aver coscienza - (L. Dal Pane). E' vero però che, più a fondo i contemporanei si sono impegnati nel riconoscere e nell'in-terpretare i fatti da loro vissuti, meglio riusciranno i posteri — storici e non — a ripensare e ricostruire un’epoca ed un modo di concepire la vita, sia servendosi dei documenti, sia confrontando le memorie rimaste, sia cogliendo nessi e suggestioni tra i diversi elementi che, ad intarsio, compongono una struttura complessa e articolata. Al di là del giudizio politico dei contemporanei circa il fascismo, da parte di Missiroli, Salvatorelli, Bonomi o Rosselli, Togliatti; o dei primi tentativi di ricostruzione storico-politica che tendevano a rinchiudere in una formula onnicomprensiva molteplici aspetti, anche contraddittori, del fenomeno, a noi pare che il giudizio storico non possa fermarsi alla idea crociana di malattia morale, o alla considerazione del fascismo quale strumento di reazione capitalistica (interpretazione marxista), o quale organismo di repressione totalitario, e cosi via. A parte ogni differenza tra le espressioni più diverse di esso In Italia, Germania, Spagna e altri paesi, nel ventennio tra le due guerre, è da dire che, se non mancano studi su argomenti particolari o su figure anche di primo plano da citare ad esemplo (I lavori di De Felice su Mussolini, di Spriano sul Partito comunista, di Bocca o di Ragionieri su Togliatti, i documenti e le lettere di De Gasperi ecc.), i lavori d’insieme di Salvatorelli, Catalano e Chabod, le antologie documentarie di Casucci, Scoppola, De Felice, ecc., non rispondono ancora a tutti gli interrogativi che il fenomeno ha suscitato nell'epoca del suo nascere, fiorire, decadere, ed anche negli ultimi trent'anni, in cui si è cercata una spiegazione articolata e puntuale della storia e vita contemporanea, in Europa e fuori. Se è vero che il fascismo, sotto il profilo psicologico e propagandistico tenne conto della società di massa, la sua esistenza come Stato totalitario non deve far dimenticare — pur nei suoi limiti — il consenso che esso seppe generare ad ogni livello nelle varie classi sociali, proprio con la mobilitazione delle masse, (per 7