quanto escluse dalla vita politica attiva), con la creazione di un rapporto « personale » tra popolo e capo-duce del regime, con la proposta diretta o indiretta di un modello, nuovo ordine, fonte di benessere per tutti. ■■ Da qui il consenso goduto dal fascismo. Un consenso che, per altro, può essere veramente capito e valutato solo se si mettono in luce i valori (morali e culturali) che lo alimentavano e l’ordine sociale ipotizzato che lo sosteneva: gli uni e l'altro tipici dei ceti medi e di quei limitati settori del resto della società sui quali l'egemonia culturale dei ceti medi riusciva in qualche misura ad operare. Un consenso, dunque, vasto ma non vastissimo, facile ad infrangersi sulle secche di una troppo prolungata stasi del progresso sociale e che — in mancanza di questo — poteva essere alimentato solo con il ricorso a succedanei irrazionali e proiettati al di fuori della società nazionale, quali, in Germania, il mito della superiorità della razza ariana e, in Italia, quello dei diritti della nazione « proletaria »e « giovane » da far valere contro le nazioni « plutocratiche » e ormai « vecchie »: non a caso, tutti e due miti tipicamente piccolo-bor-ghesi ». Ma questo giudizio che il De Felice propone, circa i ceti-medi e la loro incidenza « politica » riprendendo una antica affermazione di Salvatorelli (fascismo = « lotta di classe della piccola borghesia incastratesi fra capitalismo e proletariato, come II terzo fra I due litiganti »), cl riporta ai nodi ed ai problemi di un'Intera epoca, agli « errori » del partiti (operai, cattolici, conservatori e liberali), alla necessità di un esame della stampa e propaganda durante il ventennio, alla forza di « persuasione » che essa ebbe, nelle varie fasi, sopra l'apparato burocratico dello Stato, alla base sociale del fascismo ecc.; una analisi delle strutture economiche, delle diverse classi sociali, favorevoli o meno al fascismo, alla politica estera del regime ecc. ci porterebbe assai lontano da un lato nel valutare l'atteggiamento (che non fu univoco, a detta del Guérln) della grande borghesia, e dall’altro nel vedere il tipo di rapporto storicamente esistente (nei paesi capitalistici) tra classi dirigenti e governi e metodi autoritari o democratici. E il regime autoritario non è il naturale punto di sbocco di un paese a sistema capitalistico. Per quanto sia difficile dar conto di un’epoca, così importante per la storia italiana, è da dire che il carattere unitario di una ricostruzione che appunto su alcuni nodi soltanto può soffermarsi, scaturisce dalla consapevolezza che ogni « illustrazione » di momenti, figure, problemi acquista valore emblematico per analoghe situazioni, mentre nel diagramma di un più complesso discorso non è possibile sottacere il peso delle relazioni internazionali, l'interdipendenza dei fatti politici e delle crisi economiche, il persistere o il rifiuto di tradizioni culturali, religiose ecc. Non si tratta di una celebrazione, che andrebbe fatta con altro spirito e da altro oratore, né di uno studio sulla società e la vita politica italiana neH'ultimo cinquantennio; non si vuole solo ricordare che cosa era la vita d'allora a chi l'ha dimenticata, dato che l’interesse dei giovani di ogni ceto sociale e di varia preparazione culturale si rivolge ora alla storia contemporanea. Il tempo è vicino e coperto dagli strati opachi della memoria, tanto che molti si pongono la domanda se è possibile un giudizio storico, se la Resistenza fu un secondo Risorgimento, se essa fu incompiuta o tradita. Al di là della memoria dei fatti, anche se sbiadita o velata, sta la drammatica vicenda degli uomini e delle cose di un recente passato che, se non fu una « intrusione Improvvisa » nella storia italiana, ebbe tuttavia caratteri profondamente diversi rispetto al mondo liberale del secondo Ottocento italiano ed europeo. « Lo Stato totalitario fu la normalità del fascismo, scrive il Venturi, e in questa normalità esso fallì. Mai come quando fu regime, esso dimostrò il suo vuoto ideologico e morale. Proprio nello stato totalitario esso rivelò quelle sue profonde incoerenze che lo portarono alla dissoluzione ». A riempire il vuoto doveva soccorrere la retorica, che fu la chiave di volta, non un espediente occasionale, del regime totalitario. Per questo vai la pena di leggere giornali e libri pubblicati nel ventennio, per cogliere e giudicare il fascismo dal di dentro, sulla scorta dei suoi testi, dei suoi atteggiamenti, della precisa dinamica delle sue forze: sostituire infine alla facile polemica, il documento autentico, scelto con l'occhio del lettore spregiudicato, o con la prospettiva più articolata e precisa dello storico. E ciò hanno realizzato Bobbio, Venturi, Valiani, Catalano ed altri nelle « lezioni » o nelle opere pubblicate da qualche anno a questa parte; e ciò hanno fatto, analogamente, anche storici stranieri, che hanno messo a profitto le raccolte di giornali e di documenti reperibili negli archivi e nelle bibliote-he dei loro paesi. « Ma qualunque debba essere il giudizio circa il presente drammatico svolgimento degli eventi, certo è che il fascismo italiano,'visto sotto la prospettiva di tutta la complessa esperienza degli ultimi 8 quarantanni, non appare più, alle origini, l’effetto di un momentaneo errore di calcolo dei nostri conservatori e della diretta responsabilità di pochi avventurieri usciti, al momento opportuno, dalle profondità demoniache della società, bensì un fenomeno strettamente collegato a esigenze reali dei tempi, che, sviluppatisi per la prima volta da noi per contingenti ragioni della nostra debolezza costituzionale di struttura politica e sociale, assunse in seguito il carattere di un pericolo universale incombente sulla vita contemporanea delle nazioni ». Proprio neH’ambito di tale valutazione del Valeri si intendono l’interesse degli studiosi sulla politica estera del fascismo, la discussione di una problematica che non riguarda soltanto l’Italia, ma che investe gli altri paesi dell’Europa soprattutto, alleati ed avversi, negli anni tra le due guerre; le pubblicazioni documentarie da un lato, come è avvenuto per altri Stati, dall’Inghilterra, alla Francia, alla Germania, la ricostruzione storica dall’altro rivelerebbero elementi costanti ed insieme profonde differenze tra periodo e periodo, farebbero meglio scorgere l’interferenza reciproca tra una politica estera di prestigio ed una politica di contenimento e di repressione, all'interno, delle voci ostili o dissenzienti. In tal senso lo studio sul comportamento delle masse — il che, merita un approfondimento circa il formarsi di una « psicologia collettiva » — va di pari passo con lo studio degli « intellettuali », delle classi dirigenti nei vari campi della vita politica ed economica, delle istituzioni culturali, di ogni forma di organizzazione del potere, della élite politica come dell'opposizione in Italia e all’estero. Ne verrebbe un quadro sufficientemente organico e completo. La generazione degli anni difficili ha un elemento In comune, anche al di là delle ovvie generalizzazioni, un elemento individuabile forse nelle parole di Franco Fortini quando parla di sé e delle sue esperienze: * Non avevo un bagaglio di idee, ma un sentimento, forse superficiale, della serietà della vita e della storia, una volontà di comunicazione, una tendenza a rifiutare ogni sopraffazione e ogni ottimismo ». Ma anche il lungo viaggio attraverso il fascismo non era stato inutile e senza sbocco se, aM'indomani del 25 luglio e dell'8 settembre '43, nella generale confusione di idee e atteggiamenti si precisano anche gli elementi di una rivelazione, intuita o ragionata, del passato in vista di un impegno morale e civile nella Resistenza. Anni prima, uomini politici, storici e scrittori avevano affrontato — secondo prospettive europee — il problema della civiltà del nostro tempo, contribuendo a cogliere sul piano della « profezia », della discussione o della lotta, gli aspetti più rilevanti di un nodo storico che doveva essere sciolto. Una delle voci più alte si ritrova nelle pagine più personali e sofferte dello storico olandese Huizinga nell'opera: Crisi della civiltà (Nelle ombre del domani) della quale a noi interessano le ultime parole profetiche. Non è poco aver fatto sentire quanto immane fosse la barbarie razzista incombente, presentendo gli orrori di quel che era alle porte, gridando apertamente la propria fede nella ragione e negli uomini. Al senso profetico si aggiunga però quello documentario, che testimonia veramente la situazione psicologica e morale di un tempo così vicino e che pure sembra quasi dimenticato. La spirituale libertà invocata da Huizinga non era soltanto un nobile sogno, posto a contatto con la rude realtà del presente, era qualcosa di più: la ferma fiducia, ottimistica se si vuole, nel futuro dell'umanità, nel ritorno alla luce, come egli stesso scrive. Ed analogamente volontà di ripresa, fiducia nel domani, sono ben vive in un libro di memorie di Stephan Zweig (// mondo di ieri, ricordi di un europeo): « Tornando a casa osservai d'un tratto davanti a me la mia ombra, così come vedevo proiettata l’ombra deM'altra guerra dietro la guerra presente, e quest’ombra non mi ha più abbandonato da allora, ha sovrastato ogni mio pensiero, notte e giorno. Ma ogni ombra in fondo è anche figlia della luce ». Ma nessuna testimonianza ha la pretesa di diventare storia o di sostituirsi ad essa, poiché come non si vuole corrompere in nessuna direzione la spontaneità della confessione o del ricordo, cosi non si può pretendere da chi ha vissuto un momento, anche se di tremenda e atroce durata, della guerra e della carcerazione, una visione d'insieme che soltanto lo storico dovrà dare ricostruendo con pazienza e sagacia, sulla base di documenti e delle testimonianze di tutte le parti in causa, l'intero ciclo delle vicende di un popolo e di una civiltà. Il testimone dentro l’esperienza potrà conoscere il fine della sua « prova » solo a patto di definire esattamente il bene ed il male di cui partecipa, e che non potrà più subire passivamente come una destinazione ignota: le divagazioni del senno di poi non sono tuttavia in grado di far dimenticare, a chi è stato dentro la nostra storia dal 1939 al '45, pur attraverso i rischi dell’entusiasmo o dello scetticismo, il nesso più intimo e profondo della vita vissuta e della memoria dì essa. La pacificazione e l’oblio, pur nella diversa dimensione del tempo — passato o presente — non vogliono collocare nella leggenda alcunché del passato, né pos- 9