sono annullare la verità. Se non si vuole: ripetere l'esperienza passata, riproporre il viaggio verso la guerra, il sacrificio, la morte, si vuole però trascrivere in chiave personalissima in modo esemplare la vicenda di una società che nel dolore e nella sofferenza è riuscita ad esprimere il meglio della propria natura. Non si intende qui rievocare la guerra combattuta dai soldati italiani sulle diverse fronti, ma si vuole rinnovare il ricordo per i caduti, i mutilati, i feriti, i dispersi, i soldati tutti che, combattendo la « guerra dei poveri » non ebbero dinanzi un partito, una setta o una ideologia, ma la nazione e la patria (con tutte le Implicazioni storiche per ì più coscienti, con i suoi miti e valori per gli altri). I giorni del drammatico settembre 1943, mentre tutta la penisola era percorsa da soldati fuggiaschi o dai primi resistenti, o dai convogli di prigionieri che nei carri sprangati risalivano la vai d’Adige verso la Germania e la Polonia, non possono essere ricordati senza profondo sgomento proprio qui a Mantova, dove in quei giorni il mite sacerdote don Eugenio Leoni, il capitano Marabini, una giovane donna Giuseppina Rippa e, alla Valletta Aldriga, 10 soldati vennero trucidati dai tedeschi. Inizio tragico delle inumane deportazioni degli ebrei e della « soluzione finale » che tanti lutti causarono anche nel Mantovano. DI 43 ebrei mantovani partiti pel campi di concentramento e di sterminio ritornò soltanto Emilio Foà di Rivarolo; di altri 28 ebrei, nati o vissuti a lungo a Mantova, ne tornarono soltanto due. Dato che la caccia agli ebrei non ebbe inizio subito dopo l’8 settembre, si determinò la pericolosa Illusione che le razzie compiute dai tedeschi in altri paesi, e di cui si aveva sentore anche in Italia, non sarebbero avvenute anche per la sperata rapida avanzata degli alleati nella penisola. « Oggi, a distanza di anni da quei giorni, scrive Renzo De Felice, è veramente inconcepibile come tanti ebrei si siano lasciati prendere dai tedeschi, mentre avrebbero avuto ampie possibilità di salvarsi, o almeno di cercare di farlo»; il panico si diffuse quando ormai era troppo tardi, allorché i tedeschi direttamente intervennero, giovandosi degli elenchi del 1938. E’ da dire subito che non vi fu collaborazione alcuna da parte della popolazione alle autorità militari tedesche o civili; l’opera di soccorso agli ebrei non fu senza rischi, ed ebbe generose vittime. Dei 7495 ebrei rastrellati in Italia, e deportati, soltanto 610 sono rientrati in Ita- 10 lia. Tutti gli altri perirono nei campi di concentramento e di sterminio, dopo esser passati dai campi di Fossoli, Bolzano, Verona, S. Sabba (Trieste) in quel mondo di orrori e di angoscia, che alcuni sopravvissuti come Primo Levi, Piero Caleffi, Saralvo ed altri, hanno rievocato, senza rancore e senza odio verso il popolo tedesco. Su un altro aspetto, assai rilevante, occorre rivolgere l'attenzione. Il problema della deportazione in Germania o nei paesi occupati dai tedeschi. Poiché gli stessi dati numerici complessivi dei deportati, degli internati e assoggettati al lavoro forzato sono incerti, anche per le difficoltà di raccogliere sistematicamente i dati relativi, al momento del rientro dei superstiti e nel periodo immediatamente successivo per le condizioni del paese nello sforzo di riorganizzazione, possiamo rifarci alle testimonianze dei reduci a integrazione della documentazione ufficiale. Ed anche senza far cenno qui al reclutamento forzato di lavoratori civili, con rastrellamenti, ecc., furono deportati in Germania dopo l’8 settembre, 615 mila appartenenti alle forze armate italiane, disperse un po' dappertutto nell’Europa occupata dai tedeschi, e sorprese dall'annuncio dell'armistizio, dalla mancanza di ordini operativi; il sacrificio di militari singoli e di interi reparti (basti pensare alla divisione Acqui, a Cefalonia) nella lotta contro i tedeschi, non arrestò la macchina militare germanica, tanto che entro il mese di settembre la maggior parte dei militari italiani, prigionieri, era deportata in Germania, mentre gli ufficiali furono separati dai soldati e inviati In Polonia. Le Intimidazioni, il regime punitivo, I maltrattamenti subiti al momento della cattura e più tardi, non spezzarono la volontà di resistenza di ufficiali e soldati, la stragrande maggioranza dei quali rifiutò l'adesione per vari motivi: fedeltà al legittimo governo, sentimento dell’onore e del dovere, antifascismo, umiliazioni subite. Fino agli ultimi giorni della guerra durò questa alternativa tra chi vessava, minacciava l’invio dei renitenti ai campi di eliminazione, e coloro che resistevano al freddo, alla fame, alla tubercolosi, alla morte; specie dopo che nel settembre del '44, per un accordo Mussolini-Hitler, gli internati vennero ridotti da militari a civili. Una condizione di isolamento e di terrore che fa scrivere al Giuntella: « La prigionia degli internati militari italiani non riveste, quindi, il carattere di inattività passiva, Inerente alla normale condizione del prigioniero, ma deve essere considerata una resistenza volontaria e attiva, con propositi e ideali analoghi a quelli del movimento italiano di liberazione ». Su varie linee si andava attestando dunque la resistenza nelle sue diverse com- ponenti politiche e militari, nelle sue origini negli sviluppi ulteriori: dai primi combattimenti contro i tedeschi dopo l'8 settembre 1943, ai campi d’internamento di militari ai campi di concentramento ed eliminazione; dalla resistenza armata in Italia alla partecipazione con regolari formazioni alla lotta partigiana nei Balcani, in Jugoslavia ecc.; dalla creazione del Corpo Italiano di Liberazione ai Gruppi di combattimento alle Divisioni Mantova, Friuli, Legnano ecc., impegnati nella liberazione della penisola. Se di ognuna di queste fasi è possibile rammentare molti episodi in cui la tragedia si eleva a coraggioso insegnamento pel futuro, possiamo ricordare qui solo qualche nome come simbolo della sciagura, dell'angoscia, dei lutti che la guerrà portò con sé anche per migliaia di mantovani: dal sacrificio del cap. di corvetta Alessandro Cavriani il 9 settembre '43, medaglia d’oro ai caduti mantovani di Cefalonia, alla morte In combattimento a Montelungo di Mario Cardo-ne l’8 dicembre '43, alla fine di Bruno Ro-della il 24 marzo del '44 alle Fosse Ar-deatine, dalla fucilazione di 6 partigiani a Gonzaga il 21 dicembre '44, alla morte a Flossenburg, Mauthausen, Dachau di Tolaz-zi, Tamagni, Finetti, alla fucilazione di Attillo Mora a Coazze, Torino, 26 maggio '44, di Walter Ghidini a Sabbioni di S. Matteo, 26 novembre '44, dalla fucilazione di Livia Bianchi (medaglia d’oro) a Cima di Val-solda, ai combattimenti di paracadutisti in Dragoncello, agli ultimi caduti nei giorni della Liberazione. Studiare un’epoca storica, valutare una opera politica o letteraria, significa alla fine obbedire ad un criterio generale abbastanza noto, secondo II quale è possibile • intendere » un uomo, la sua azione politica, o culturale, solo se si giudicano gii uomini e le cose del passato — rispetto al presente — secondo I modi di pensare e di giudicare in uso alla loro epoca, vale a dire se si guarda alla realtà della Resistenza secondo l'angolazione esatta, la dimensione storica, collocando figure e situazioni nel « mezzo delle circostanze » in cui le azioni acquistano il loro naturale risalto. A questo punto però, più che parlare di qualche esperienza particolare per importante e significativa che sia, diviene opportuno un riferimento ad alcuni problemi che la storiografia contemporanea ha affrontato e proposto circa gli studi sulla Resistenza italiana (e lombarda, triveneta, piemontese, toscana), specie se si tiene presente che alle memorie dei primi anni dopo il 1945 (cronache, diari, saggi, ecc.), seguirono nel decennio successivo la pubblicazione della rivista « Movimento di Liberazione in Italia » dal 1949, alcuni convegni storici, una interessante fioritu- 11