se i contadini non disponevano di una loro propria organizzazione; delle sessanta società di mutuo soccorso allora esistenti nella provincia (con sede in 46 comuni), sei soltanto accettavano nelle loro fila i lavoratori dei campi. Il vivace ed aspro dibattito che si sviluppò in Italia a proposito della Comune di Parigi ebbe un'eco profonda anche nel nutrito gruppo democratico mantovano; La Favilla, diretta da Paride Suzzara Verdi, divenne uno dei principali organi dell'Internazionale in Italia nella sua polemica contro i mazziniani e i repubblicani in generale. Non solo Giuseppe Garibaldi fece pervenire alla Favilla continui messaggi di incoraggiamento, ma scrisse ampiamente su questo foglio Luigi Castellazzo, la discussa figura di agitatore legata in varia misura all’impostazione internazionalistica e a quella massonica. Si oppose alla Favilla un nuovo giornale, \aProvincia di Mantova, sotto la direzione di Alberto Mario; pur essendo esso in aspra polemica con gli internazionalisti, riuscì ad influire profondamente sul movimento operaio, con il suo richiamo al federalismo del Cattaneo e con la sua esaltazione del libero associazionismo e delle autonomie comunali e regionali. Anche se lo scontro politico si svolge nel seno di associazioni semi-clandestine, timorose della repressione governativa e che raggruppavano poche decine di iscritti, legati da giuramenti segreti, ormai la stampa non solo si inserì nel dibattito nazionale, ma pose a suo fondamento la questione sociale e la « redenzione > dei contadini. Il dibattito diviene Il segno di una realtà sociale nuova; le > società » sorgono così anche nelle campagne: esse svolsero le tradizionali funzioni di solidarietà umana, ma posero anche saltuariamente la questione dell’au-mento del salari. Su questi precedenti si costituì nel 1876 l'Associazione Generale dei Lavoratori di Città e di Campagna, sotto la guida del capitano garibaldino Francesco Siliprandi; egli intendeva riunire prevalentemente i contadini, considerati i possibili protagonisti di una prospettiva rivoluzionaria in Italia. Nella loro associazione i lavoratori dovevano saldare fini mutualistici e finì rivendicativi nelle lotte del lavoro. La classe lavoratrice, secondo il Siliprandi, avrebbe dovuto raggiungere la propria completa emancipazione non escludendo alcun metodo di lotta; lo scopo finale era precisamente « la fine dell'oppressione e dell’ingiustizia ». Ma di fronte alle reazioni suscitate da questo programma il Siliprandi ripiegò su metodi di lotta che dovevano rientrare, per programma, neM’ambito legalitario. Nella primavera del 1877 il Siliprandi (coadiuvato da Suzzara Verdi, Colli e Mon-gé), con la sua associazione organizzò 1.892 iscritti, dei quali 1.666 erano braccianti; partendo da questa base egli guidò una vasta agitazione di contadini disoccupati a Marcaria, Rodigo, Acquanegra e Beiforte. Anche se i risultati concreti appaiono ora modesti, il significato storico è notevole in quanto egli riuscì per la prima volta ad organizzare un movimento di classe basato su contadini ormai coscienti delle finalità della loro lotta e dell'ingiustizia della loro condizione sociale. La associazione ebbe comunque vita breve in quanto venne ben presto sciolta per i noti provvedimenti del ministro Nicotara contro gli internazionalisti. Un preannuncio delle lotte che i contadini mantovani avrebbero dovuto affrontare nel futuro è dato, nel 1876, dalla nascita di una organizzazione padronale, l’Associazione degli Agricoltori Mantovani, guidata dal conte Antonio d'Ar-co; essa sorge per ostacolare il movimento contadino, e per dimostrare che la miseria dei contadini era dovuta alla crisi dell’agricoltura e non ai rapporti di classe delle campagne. Queste lagnanze padronali non avevano altro scopo che dì eludere la questione sociale nelle campagne in anni dì relativa prosperità, non essendosi ancora avvertiti in Italia (come avverrà qualche anno dopo) i sintomi della « grande depressione economica » che in realtà doveva porre gravi problemi a tutti i ceti che vivevano sulla terra. Il Siliprandi fu pure uno dei protagonisti del movimento de La bolo (1882-1885), unitamente all’lng. Eugenio Sartori e a Giuseppe Barblanl. L'agitazione si dilatò dal Polesine sino al Cremonese, ma ebbe II suo epicentro nel Mantovano, ove si disse che arrivò al punto di raggruppare quarantamila contadini organizzati in « società » legate fra di loro. I tradizionali mali delle campagne italiane erano stati esasperati dagli effetti della grave crisi agraria mondiale (prima avvisaglia delle contraddizioni dell'età deH’Imperialismo) che avevano provocato l'arrivo a basso prezzo sul mercato europeo di forti quantitativi dì cereali provenienti dagli Stati Uniti, dalla Russia zarista e dall'Oriente; molte aziende di piccoli e medi proprietari fallirono, i fittavoli (per salvarsi) diminuirono ì salari dei braccianti e licenziarono gli avventizi; di conseguenza la disoccupazione dilagò. I terrazieri, ì braccianti, i piccoli proprietari ormai alla ricerca di lavoro salariato (in definitiva il proletariato agrìcolo) esasperati dalla mancanza di impiego, dalla modestia dei salari saltuari, dalla pellagra della sotto-alimentazìone, dalle case malsane e senza mezzi di riscaldamento, acquisiscono una coscienza di classe e si organizzano nelle loro associazioni per 18 combattere la lotta delle « tariffe », cioè dell'aumento del salari. Questa grandiosa manifestazione (rivoluzionaria nella sostanza, anche se le finalità enunciate si limitavano alle «tariffe» e alla ricerca di maggior occasioni di impiego nel campo dei lavori pubblici) rivela una notevole varietà di metodi organizzativi, di tipi di propaganda e di mezzi di lotta. Il Siliprandi, nella parte della provincia che confina con il Cremonese organizzò VAssociazione generale dei lavoratori italiani e sì servì per la propaganda de La libera parola e de II Pellagroso-, nella sua associazione egli attuò il metodo « federativo », lasciando ampia libertà organizzativa e statutaria alle * società » comunali e frazionali. Il Sartori nelle altre parti della provincia e prevalentemente nel Basso Mantovano, fondò la Società di Mutuo Soccorso tra i contadini della Provincia di Mantova e applicò un metodo che si può avvicinare al « centralismo democratico », prevedendo un'unica « società » con sezioni e sotto-sezioni nei comuni e nelle frazioni l'organo della società era La Favilla. Nella primavera del 1885, mentre l’organizzazione per la mobilitazione dei contadini in funzione di una richiesta di aumenti delle « tariffe », si diffuse la voce di una prossima marcia dei lavoratori del campi verso la città di Mantova; si disse che già decine di migliaia di contadini erano pronti; il governo, allarmato dalle apocalittiche denunce degli agrari mantovani, sciolse le società ed arrestò duecento persone fra organizzatori e contadini. La vitalità delle organizzazioni mantovane è dimostrala dal fatto che gli arrestati vennero subito sostituiti da nuovi capi-sezione; infatti vari scioperi avvennero dopo gli arresti e precisamente a Commessagglo, Cesoie, Quingentole, Sustinente e S. Benedetto Po. Dopo le repressioni del 1885-86 (conclusesi prima con l'assoluzione degli imputati a Venezia), Il movimento operaio e contadino mantovano si ripiegò su se stesso ed adottò prevalentemente la via della cooperazione, come metodo legale di organizzazione: le « società » precedenti rinacquero nel comuni e nei villaggi sotto forma di cooperative di lavoro, con lo scopo di giungere all'assunzione di lavori pubblici basati su lavori di terra (bonìfiche, argini, strade, ecc.). L’ideologìa prevalente fu quella della « democrazia sociale » a tendenza legalitaria e riformista. E’ con l'adesione dì questi organismi associativi che nel luglio del 1893 si formò nel Mantovano il partito socialista; il gruppo dirigente comprendeva Ivanoe Bonomi, Giovanni Zi-bordi, Egidio Bernardi, Carlo Vezzanl, Ge- rolamo Gatti, Romeo Romei e, in un secondo tempo, Enrico Ferri, Enrico Dugoni e Giovanni Bacci; di questi alcuni finirono politicamente in modo discutibile, ma, nella maggioranza rimasero per tutta la loro vita in un rapporto stretto con le masse, assumendo funzioni importanti nella direzione nazionale del partito, dei sindacati e del movimento cooperativistico. Sul finire del secolo, dopo le repressioni del perìodo crispino, nacquero nel Mantovano e nelle province vicine numerose leghe di « resistenza » e di « miglioramento » fra i contadini per affrontare il problema dei salari agricoli; esse sì uniranno ben presto per zone e per province. Lo sbocco naturale sarà la costituzione della Federazione Nazionale dei Lavoratori della Terra. Nel 1901 erano già federate nel Mantovano 244 leghe con 31.380 soci; per la consistenza organizzativa raggiunta, il Mantovano assunse una funzione di guida, tanto che la Federazione nazionale non solo si costituì a Mantova, ma in questa città ebbe la sua sede per alcuni anni; suo segretario fu Carlo Vezzani, che aveva seguito con passione la formazione delle prime leghe di resistenza. Le leghe si proponevano scopi di « miglioramento » delle condizioni di vita e di lavoro dei contadini, ma era pure molto diffusa l’aspirazione alla * proprietà collettiva » della terra. Dopo qualche anno però, l'organizzazione del lavoratori della terra perse se non la consistenza, certamente la combattività, in parte a causa della rabbiosa reazione padronale e in parte per il prevalere della prassi riformista del socialismo mantovano. Nel periodo glollttlano eccezionali sono I risultati del socialismo mantovano nel campo organizzativo, In quello elettorale, nella conquista di seggi parlamentari e dei comuni, nell'Imponente movimento sindacale e cooperativistico; ma esso subisce anche larghe lacerazioni per la presenza di movimenti scissionisti capeggiati da Enrico Ferri, Ivanoe Bonomi e Gerolamo Gatti, che, in varia misura, volevano indirizzare il socialismo mantovano verso forme di « democrazia rurale » basate principalmente sui ceti medi agrìcoli e sul principio della collaborazione di classe. Una certa unità si ricostituisce solo di fronte alla guerra, con l’assunzione di una posizione « neutralista » largamente condivisa dalla base. Ma ormai il periodo più significativo del socialismo mantovano era finito; era finito anche il periodo nel quale le masse contadine del Nord svolgevano una funzione di guida. Perciò modesto rimase il peso del socialismo mantovano nell’av-versare la guerra, neM'interpretare la volontà di rinnovamento delle masse nel dopoguerra, nell'ostacolare ¡I fascismo nella sua ascesa. 19