2. Il periodo fascista Le « giornate rosse » mantovane del dicembre 1919 (delle quali parlò tutta la stampa nazionale) rivelarono semplicemente uno stato di tensione delle masse cittadine, che non trovavano una guida negli organismi sindacali e politici del tempo. Tardivo fu pure il movimento degli « arditi del popolo »; nella primavera del 1921 ormai tutta la provincia di Mantova è occupata dalle squadre fasciste mantovane, tristemente note come quelle di Ferrara, Cremona e Ravenna. Il fascismo vero, il fascismo « agrario » (diretto da grandi proprietari terrieri che trovano la propria massa d'urto negli ex fittavoli appena arrivati al possesso della terra e nel sottoproletariato agricolo, ricacciato dalle città nelle campagne dalla crisi economica), apparve quando 300 squadristi di Carpi, di Ferrara e di Verona, diedero l’assalto alle Camere del Lavoro di Poggio Rusco, trasformando poi tutto il paese in un caposaldo fascista, dal quale partivano le « spedizioni » per l'occupazione di Felonica Po, S. Giovanni del Dosso, S. Giacomo delle Segnate, S. Rocco, Nuvolate, Borgofranco e Carbonara Po. In poche settimane tutto il Basso Mantovano, area del più fiorente movimento socialista conobbe l'occupazione fascista. Lo scopo delle azioni fasciste era evidente: distruggere le leghe, le camere del lavoro, le cooperative e I circoli socialisti per Impedire le lotte sindacali, I concordati, il collocamento di classe e il controllo popolare delle amministrazioni comunali. Se Il socialismo tradizionale aveva rivelato la sua fragilità organzizativa ed ideologica di fronte alla prima guerra mondiale e ai compiti che il proletariato italiano avrebbe dovuto assumere, più sconcertante ancora appare la debolezza di forti organizzazioni sindacali, cooperative e politiche di fronte all’assalto fascista, sia pure ben organizzato, largamente finanziato e appoggiato dall'apparato dello stato. Anche la debole organizzazione mantovana del partito comunista non oppose alcuna resistenza, essendo del resto aggredita proprio nel momento della sua formazione. Le forze « popolari » (di ispirazione cattolica) rimasero « neutrali » di fronte allo scontro tra fascismo e socialismo; ma nel maggio del 1922 anche le più consistenti posizioni cattoliche, che si trovavano nell'Alto Mantovano, vennero distrutte dallo squadrismo fascista. Nello scontro fra forze socialiste e fasciste ebbero a soffrire più i lavoratori e i militanti di base che non ì dirigenti di gran nome; furono perseguitati i capi lega, i sindacalisti, i sindaci dei comuni, i gestori e i presidenti delle cooperative, che furono uccisi, feriti e costretti in buona parte ad emigrare. Dall’elenco dei caduti emergevano nomi oscuri che non risultavano fra i protagonisti della vita politica; 24 furono i caduti antifascisti e 32 morirono negli anni seguenti in conseguenza delle violenze subite; 3 furono poi i morti in carcere e 3 i suicidi spinti all’ultimo gesto dalle persecuzioni. Dei caduti 23 erano di fede socialista, 10 comunisti, 2 popolari, 2 anarchici e 1 indipendente. Durante il periodo fascista la tradizione socialista rimase profonda nelle masse; essa aiutò molteplici forme di resistenza spontanea ed individuale, ma non diede frutti nel campo dell’iniziativa organizzata. Segni manifesti di opposizione al fascismo vennero prevalentemente da alcuni gruppi comunisti che mantenevano legami cospirativi con centri di direzione situati al di fuori della provincia di Mantova. Dalla condanna del Tribunale Speciale risulta che a Suzzara e nei dintorni, nel 1931, si erano costituite tre cellule comuniste; 16 iscritti al partito comunista vennero condannati a circa 60 anni di carcere. Ancora nel 1934-35 un nucleo di comunisti di Gonzaga e di Pegognaga venne individuato e i componenti arrestati in quanto aderenti ad organismi operanti in Emilia. In conseguenza degli avvenimenti del 25 luglio 1943 e della caduta del fascismo vennero liberati anche i confinati politici mantovani ancora trattenuti nelle Isole di Lampedusa, Ustica, Ventotene, ecc.; nel corso del ventennio passato erano stati inviati al confino 52 antifascisti. In vari tribunali poi avevano subito condanne complessivamente 369 oppositori al regime. 3. La Resistenza armata Il territorio mantovano, prevalentemente pianeggiante nella sua parte centrale e meridionale non offriva occasioni particolarmente favorevoli alla lotta armata contro il nazi-fascismo; per queste ragioni la città capoluogo solo in modesta misura divenne l’elemento di guida e di coordinamento delle azioni armate. I renitenti alla leva e al lavoro coatto trovavano più giusto cercare la salvezza fuori della provincia, sul- 20 le Alpi e sugli Appennini; ma zone paludose ed isolate offrivano una prima occasione di rifugio e di organizzazione anche sul luogo. Per queste ragioni le formazioni più consistenti si costituirono più nelle zone vicine all’Emilia (Modena, Reggio E-milia e Parma) o nelle valli veronesi e nella vicina Brescia che non nelle aree vicine alla città. Nel Basso Mantovano le lotte operaie pre-fasciste avevano permeato le masse contadine; con l'aiuto della popolazione anche il lavoro di organizzazione anti-fascista ebbe notevoli risultati positivi. Con l'8 settembre le reazioni all’occupazione antifascista non si fecero attendere. Sin dalla sera dello stesso giorno, Don Primo Mazzolari, nella chiesa di Bozzolo, affollata aM’inverosimile, esortò il popolo alla resistenza contro i tedeschi. Il giorno dopo il capitano Renato Marabini cadde combattendo contro i tedeschi per la difesa della stazione ferroviaria. L’11 settembre Giuseppina Rippa venne trucidata dai tedeschi mentre tentava di aiutare soldati italiani prigionieri dei tedeschi. Il giorno dopo, cadde, fucilato dai tedeschi, Don Eugenio Leoni, che non aveva voluto denunciare i soldati italiani che si erano rifugiati nella sua chiesa. Già nel settembre si costituiscono i primi gruppi armati in varie zone della provincia, faciliterà il compito degli anti-fascisti la vista delle centinaia di migliaia di prigionieri italiani catturati dai tedeschi e che sostarono, prima di essere Inviati in Germania e in Polonia, nei campi di concentramento istituiti nei dintorni di Mantova. Il 19 settembre, per Intimidire le popolazioni e l prigionieri italiani, I tedeschi fucilarono, nella Valletta Aldrlgo di Cur-tatone, dieci soldati italiani prelevati a caso nel campo di concentramento di Montanara e cinicamente accusati di aver sparato sui soldati tedeschi. Dagli atti dell'archivio dell'ANPI di Mantova risulta che già nel settembre si era formata la 122“ Brigata Garibaldi « Po », destinata ad operare nei comuni di S. Giacomo delle Segnate, S. Giovanni del Dosso, Quistello, Schivenoglia, Quingento-le, Revere, Pieve di Coriano, Villa Poma, Poggio Rusco, Magnacavallo, Carbonara, Borgofranco, Sermide e Felonica Po. Per iniziativa dei gruppi antifascisti di Osti-glia si costituì la 125* Brigata « Mincio », che operò nella zona comprendente i comuni rivieraschi del Po, dal Mincio a Fi-carolo di Rovigo. Immediatamente dopo I fatti di settembre si formò nell'Alto Mantovano la 126“ Brigata Garibaldi, alla quale in seguito si affiancherà la 126* bis. A Roverbella si formò il Battaglione « Fulmine » alle dipendenze del comando militare partigiano di Verona; a Villimpenta si costituì un battaglione autonomo. Alla fine di dicembre è già in piena ef-ficenza la 1“ Brigata Garibaldi, organizzata nella zona di Martignara, Palvareto, Riva-rolo Mantovano, Sabbioneta, Bozzolo, Co-lorno, Brescello e Viadana; la Brigata si era formata come elemento di collegamento fra i comuni vicini ai confini delle province di Reggio Emilia, Mantova, Parma e Cremona. Nella notte fra il 26 e il 27 dicembre la Brigata decise una mobilitazione generale per una manifestazione di forza nel Viadanese; 150 partigiani effettuarono contemporaneamente l'affissione di stampa clandestina in tutta la zona, mentre ogni centro abitato venne presidiato per breve tempo da nuclei partigiani. Nei giorni successivi 10 partigiani vennero arrestati. Nel gennaio successivo la 121" Brigata Garibaldi « A. Luppi », in seguito ad accordi con il comando divisionale, attaccò il presidio fascista di Scor-zarolo, catturando 50 fucili ed un ingente quantitativo di munizioni ed esplosivo; in seguito incendiò una colonna motorizzata tedesca e distrusse un centralino telefonico. Anche il Battaglione Autonomo di Villimpenta effettuò azioni di sabotaggio ad automezzi tedeschi. Verso la fine del '43 i tedeschi organizzarono in Italia vari campi di concentramento per Ebrei. A Mantova fu prescelto a questo scopo il Ricovero Israelita; nel giro di pochi giorni vi furono fatti affluire 79 Ebrei rastrellati per la massima parte nella Città di Mantova; essi si unirono ai 40 che già vi si trovavano. Dopo l'evasione di un internato, nella notte del 3-4 aprile 1944 I tedeschi scelsero 42 dei presenti; furono caricati su camion e internati a Blchenau, ~ anticamera » di Auschwitz, dove uno solo riuscì a sopravvivere. 29 Ebrei, nati e residenti per lungo tempo a Mantova, furono catturati In altre città e seguirono la stessa sorte. Solo nel luglio del 1944 si costituì in Mantova il Comitato di Liberazione Nazionale, nel corso di una riunione nella casa di Don Costante Berselli. Ben presto parecchi furono arrestati e fra questi lo stesso Don Berselli, il prof. Vanio Campagnari e il prof. Piero Fraccalini. Il C.L.N. mantovano si riunì nuovamente nell'ottobre, nella casa di Carlo Camerlenghi. C.L.N. si costituirono anche a Suzzara, Villa Saviola, Asola e Volta Mantovana. Nell'agosto la Gestapo aveva arrestato il gruppo guidato da Felice Barbano, in collegamento con l'Ufficio Informazioni Britannico. Il Barbano riuscì ad evadere dal carcere mentre altri vennero trasferiti in Germania, quattro di essi perirono. Nel luglio della stessa estate Gianni Bosio iniziò ad Acquanegra sul Chiese la pubblicazione del foglio clandestino « Noi giovani ». Nel corso dell'estate del 1944 le forze partigiane mantovane raggiunsero maggior 21