Gino Baratta Motivi dell’estetica di H. Read Ingegno e vena versatili quelli di Herbert Read: polemista, critico d’arte, filosofo e romanziere. Di formazione schiettamente anglosassone, sembra aver ripercorso le esperienze estetiche di Word-sworth, di Shelley, di Coleridge, e attraverso la frequentazione dell'arte orientale sembra cogliere quella saggezza oggettivante che si enuclea in una prosa distaccata e pur vibrata, in cui gli entusiasmi giovanili, che avevano fatto del Read il discepolo ortodosso di André Bretón, sono come smorzati nella antica calma della filosofia Zen. Ma è soprattutto Coleridge — il critico — a dire del nostro — che è superiore di tutta una testa ad ogni altro critico inglese —, è soprattutto Coleridge a costituire in Read la presenza massiccia del passato anglosassone: Coleridge per quanto concerne la sua scoperta del rapporto soggetto-oggetto, la loro sintesi e identità e il richiamo all’inconscio (1). Il nostro non ha imparato tuttavia dal Coleridge l’amore dell’unità e del sistema: cosa che risulta chiara proprio dalla ostentata asistematicità con cui il Read ama presentarsi. Come il Coleridge, il Read è convinto che l’arte abbia una funzione mediatrice e conciliatrice fra natura e uomo: l’arte cioè, per entrambi, è unione e conciliazione di ciò che è natura e di ciò che è esclusivamente umano. Così il neoplatonismo di Coleridge, come teoria della bellezza e dell’armonia dell’uno tra i molti, si ritrova pure in Read. Il concetto di fantasia in Coleridge si definisce come capacità di divenire tutte le cose, permanendo tuttavia se stessi. Dice: « Diventare tutte le cose eppure rimanere gli stessi, far sentire il mutevole dio del fiume, nel leone e nella pianura: questa, questa è la vera fantasia ». Lo stesso motivo troviamo in Read, nella volontà di dar forma, propria dell’artista quando dice: « L’artista dipende dalla comunità, egli prende il tono, il tempo, l'intensità della società di cui è membro. Tuttavia, 5’individualità dell’opera di un artista dipende anche da qualcosa d’altro; dipende da una ben definita volontà di dar forma, per cui non può esistere arte significativa senza quest’atto di volontà creativa... I valori ultimi dell’ arte trascendono l’individuo, la sua epoca e la situazione contingente. Essi esprimono u-na situazione o un’armonia ideale che l’artista può attingere solo in virtù della propria capacità intuitiva » (2). E’ già evidente come per il Read le istanze sociologiche da una parte e crea-tive-individuali dall'altra siano pressanti. La formulazione di Coleridge secondo cui il fine immediato della poesia è il piacere, e l’insistenza con cui lo stesso afferma che il poeta deve sempre mirare al piacere come al mezzo specifico di educazione, si ritrovano parimenti nella definizione fisiologica che il Read dà dell’arte: « Il bello è una unità di relazioni formali tra le nostre percezioni sensibili ». Se la lettura di Coleridge costituisce l’esperienza giovanile del Read — esperienza d'altronde ancor oggi reperibile nella sua ultima opera —, l'esame e la consuetudine con le formulazioni estetiche di Theodor Lipps spiegano come il nostro abbia adottato la teoria della Einfühlung nei suoi polivalenti significati (3). 3