Mario Artioli “POESIA COME PANE,, DI STELIO CARNEVALI Stelio Carnevali è nato ad Angeli di Mantova nel 1940. E’ tutt’ora inedito, sue composizioni sono comparse sui numeri 35 (Ogni sera, Ho paura, Domani), 37 (La consegna delle chiavi), 39 (Pescatori d'ogni sera), 41 (Abbracci ancora la tua donna), di Bancarella. Conosco Stelio Carnevali da quando, nell’estate del 1959, prese a frequentare la bancarella di Giovanni Piubello, il solito porto di tutti i giovani scrittori senza pagine per farsi pubblicare. Tra una chiacchiera e l'altra di uno stanco pomeriggio assolato, tirò fuori dalla tasca interna della giacca un gruppo di foglietti diligentemente battuti a macchina e se li tenne in mano per un bel po’, senza che nessuno di noi si decidesse ad ascoltarlo. Il giovanotto di Angeli, alto e dinoccolato, un poco impacciato dalle sue braccia tentacolari, mi sottopose quattro o cinque poesie, con la deferenza che si rivolge a un grande critico. Solleticato nella vanità per quella inspiegabile timidezza, diedi una scorsa a quelle righe. Vanità e presunzione scomparvero dalle mie labbra non appena mi resi conto che non si trattava del solito compositore di qualche verso di evasione, di qualche sfogo privatissimo e incomunicabile, ma, invece, di poesie che sotto una buona dose di ingenuinità e orecchiamenti ermetici (il vizio degli autodidatti coscienti), nascondevano una spoglia e rinsentita sensibilità, una avara vena di canto che tra le immagini preziose ed inutili ogni tanto affiorava a testimoniare una coscienza precisa, una «presenza ». Siamo diventati amici, da allora; il dialogo divenne più spedito e sincero ed af- fiorarono, dietro le immagini di convenzione dei versi, le ragioni vere del suo fare poesia. Dopo qualche tempo Piubello gli pubblicò un gruppo di poesie, e, a scadenze sempre più fitte, le altre che trovavano sempre più aderenti, sempre più demistificate, mentre la forma si andava scarnificando, la sintassi diveniva aspra e dura, il lessico si definiva in una sua dimensione plebea. Poi Carnevali, per molto tempo, non si fece più vedere, l’impiego gli strozzava la voce, la lunga rabbia che covava nei suoi versi e il sottile filo di malinconia che li arricchiva, erano stati soffocati dalla nuova vita, il nostro poeta si era dunque inserito o, per dirla con una parola che non gli piace, alienato. Andarlo a trovare in ufficio e vederlo tutto lustro e ossequioso mi convinse della sua irrimediabile rinuncia. Dopo quasi un anno di silenzio e di rapidi incontri tra un autobus che parte e uno che arriva, Carnevali mi portò un gruppo di versi che potevano essere quasi una raccolta: « Poesia come pane ». e una mano leggera m'ha indicato la strada la fine del sogno. Qui voglio restare. Profumo di sudore e di fatica Già chiara, già cosciente in questi versi una poetica di agganciamento alla realtà, il rifiuto di una tradizione ermetica e di uno sperimentalismo neo-ermeti-co, la necessità, per chi scrive versi, di attingere dal cuore della vita la ragione dell'operare dell'artista. Nessuna preoccupazione di linguaggio, la lingua è uno stru- 16