Umberto Artioli Il problema dell’ unità dei “Canti orfici „ Si può dire che il 1947 sia stato un anno topico per la critica campaniana (come già il 1937): topico per via dell’esigenza, venuta a maturazione attraverso i saggi di Longobardi e di De Robertis, di tentare una sintesi che forzando l’antinomia visività-visione (1) tradizionale della critica, arrivasse, attraverso il ritrovamento di un più intimo nesso tra i due momenti, ad esprimere un preciso giudizio di valore, negativo o positivo che fosse. Potrebbe sembrare strana la citazione di Longobardi a sostegno di una direzione più unitaria imposta dalla critica al processo di comprensione di Campana. Nel suo saggio apparso su Belfagor nel gennaio 1947 il critico parla infatti chiaramente di sovrapposizione di poetica all’intuizione prima, originaria campaniana. Ritornerebbe in tal guisa il dualismo fra un orfismo volontario, tentato a freddo, e un nucleo primigenio, legato più strettamente alle fonti dell'ispirazione. Il saggio potrebbe quindi apparire come semplice rieccheggiamento di temi conti-niani (2), invece ne è la radicalizzazione nel tentativo di liberare la critica da un pericoloso irrigidimento antinomico, che aveva sin qui impedito un preciso giudizio sugli « Orfici ». Contini nel suo saggio del 1937, era giunto ad additare chiaramente gli abbagli campaniani scaturiti dalla pretesa di costituirsi poeta orfico, ma la puntualità dell’osservazione lasciava aperto il campo al ricupero di un Campana colto nella sua più vera dimensione, quella della visività. Sotto questo profilo il critico prospet tava la poetica del Campana autentico in un dualismo fra « l’immobilità elementare » di lui e un « senso di nostalgia spaziale », venendo a cogliere i motivi più fecondi di poesia, a proposito de « La Notte » nel « punto di fusione della "sosta” descritta con gusto realistico sin minuzioso e dello sfrenarsi nobile delle Alpi» Stroncatura parziale dunque, che se voleva ridimensionare ogni interpretazione orfica, apriva lo spiraglio della « visività ». Era questa una via che, pur ponendo a Campana limiti precisi, quelli per intenderci delle sue soluzioni sbagliate, non faceva che riacutizzare le difficoltà a risolvere il nodo della poesia campaniana, dovute alla compresenza del visivo e del visionario. Ancora una volta la soluzione appariva insufficiente. Al di là delle osservazioni, tenute a livello di alcuni testi e senz’altro probanti, che il Contini aveva portato a demolizione della tesi orfica, altre pagine resistevano alla loro riconduzione entro linee di pura visività, stravolte com’erano da un tale turgore espressivo, da una tale drammaticità interna continuamente ricaricata dal fatto musicale, da farle sovente collocare in clima d’allucinazione. Cosicché non potevano convincere completamente le conclusioni continiane tese a fare di « codesto presunto poeta messianico l'ultimo della tradizione carducciana, cioè di una tradizione sommaria e nei momenti migliori barbaricamente sontuosa ». Come non potevano convincere, lasciando intentato il problema d’un’esatta collocazione campaniana, le conclusioni orfiche di Bo (3) intese a cogliere « la ci- 25