fra più intima di Campana nel grado di assoluto cui è sottoposta questa poesia, nello sforzo inumano e tragico con cui (il poeta) ha una volta per sempre attaccato le regioni dello spirito ». Infatti tale tensione spirituale, tale assalto alle regioni dell'assoluto, svelava più spesso una struttura epidermica, una mancanza di penetrazione, un limite quindi esteriore, visivo, da far ritenere per lo meno parziale la collocazione di Campana sulla linea dei grandi orfici, dei Rimbaud e dei Lautréamont. Il che del resto era chiaramente avvertito da Solmi quando a proposito del romanticismo di Campana sosteneva che nella sua opera « non ci è dato incontrare nè il dramma culturale, nè l'irrompente ansia religiosa di un Holderlin » (4). Già dunque una certa linea della critica, pur tra incertezze e oscillazioni, aveva avvertito l’esigenza che un’esatta collocazione di Campana non potesse avvenire che mediante un più intimo nesso dei termini « visivo » e « visionario ». Su questa linea è da intendere il saggio longobardiano del 1947, dove, con la radicai izzazione del tema continiano, il più intimo nesso tra visività e visione è ricercato mediante un procedimento che definiremmo « esterno »: formulazione, tramite un raffronto « Inediti » - « Orfici » d’una poetica campaniana vista negativamente come dissoluzione del momento primario concreto dell’intuizione (Inediti) entro una pretesa dimensione orfica (Orfici). In tal guisa il giudizio negativo viene e-steso « in toto » a tutta l’opera: dove il Contini salvava il « visivo » contrapponendolo come soluzione autentica all’inautenticità della soluzione mitica, Longobardi perviene a un’interpretazione che bandisce ogni possibile recupero. Il peso della poetica volizionale intacca alla base il nucleo primigenio, dissolvendolo: da cui la non-consistenza d’un dualismo visività-visione (5). Il giudizio di valore risultava così sostanzialmente negativo. E’ ben vero che il critico parla anche di momenti in cui il poeta riesce a eludere il falso procedimento impostosi, e qui si collocherebbe il miglior Campana, ma la formula resta vaga e non scalfisce la sostanza della critica interamente negativa. Alla luce della sua tesi iniziale, il ritrovamento della poetica nell’ambizione mitica risolventesi in « semplice immersione del dato biografico nella nebulosità ove si scambia confusione con poesia » Longobardi colloca i vari elementi tipici della produzione campaniana. La capacità di vibrazione musicale che quasi univocamente la critica aveva riconosciuto (6) viene ridotta a puro strumento delle velleità campaniane, modulo di cui si avvale il poeta per creare attraverso una serie di « rimbalzi fonici » una equivoca atmosfera misterica. Lo stesso dicasi per la ripetizione, risolta nell’ozioso pencolare di immagini secondo un portamento a spirale. In tal guisa, poiché « il problema dell’espressione viene eluso nel compromesso d’una soluzione melodica » il Longobardi conclude definendo Campana « esempio tipico del disfacimento romantico più a-vanzato ancora dello stesso decadentismo » dove alla solida geometria delle immagini rinbaudiane si sostituisce l’ossessivo turbinare di immagini disciolte nell’anarchia più completa. Con questo procedimento il Longobardi non solo viene a superare il dualismo tradizionale della critica, ma propone decisamente la soluzione di un altro tradizionale dilemma, quello relativo alla spiegazione di certe improvvise paralisi dell’espressione campaniana, di certi passi non riconducibili a un preciso significato logico, per la soluzione dei quali la critica era ricorsa a formule vaghe come « ineffabilità » (7), o addirittura a fattori esterni all’opera poetica, come la pazzia che aveva colpito il poeta. Per il Longobardi le lacune ed oscurità di certe pagine altro non sarebbero che gli ingredienti del processo con cui Campana ritiene di poter giungere all’intem-poralità del mito. Fatto quindi non incosciente, ma volontario: duque « malafede letteraria ». * * * Dicevamo prima di « procedimento e-sterno » e la definizione ci è giunta soprattutto ponendo mente al saggio di De Ro-bertis (8) sempre del 1947, in cui le stesse esigenze longobardiane trovano soluzione mediante un procedimento contrario, che definiremmo « interno ». Come si è visto, il Longobardi parte da 26