una definizione di poetica, dedotta da una collazione fra il testo degli « Inediti » e quello degli « Orfici ». Ma se la documentazione che egli adduce a sostegno della sua tesi è senz’altro valida, è altrettanto vero che da un medesimo confronto Inediti-Orfici si possono trarre anche probanti esempi di un procedimento campa-niano affatto diverso — diciamo meglio contrario — a quello proposto come paradigmatico dal Longobardi. La critica posteriore, segnatamente il Bonalumi (9), ha fornito in questo senso un’ampia documentazione. L’impressione che se ne ricava è dunque che la poetica proposta dal Longobardi derivi più dalle esigenze del critico (esigenze come abbiamo visto di definizione e di conclusività) che non da una totale interpretazione della pagina. E poiché ad essa si riconducono, come a naturale sorgente, le altre affermazioni sulla musica, sulla ripetizione e sull'immagine campaniana, ne consegue che criticando la definizione di poetica si venga a minare tutto l’edifìcio critico longobardiano, di cui resisterebbe soltanto la parte « topica » (la documentazione), di per sè indubbiamente valida, ma evidentemente parziale qualora ci se ne servisse, come fa il Longobardi, per addivenire a una sintesi definitoria della poesia campaniana. La soluzione che invece ci offre il De Robertis, nel già citato saggio del 1947. se pur mossa dalle stesse esigenze che avevano creato il clima longobardiano, appare di gran lunga più convincente, ottenuta com’è con procedimento rigorosamente interno, vale a dire tramite l’unico presupposto dell’opera poetica indagata con indubbia imparzialità, sulla scorta dei più moderni mezzi filologici stitistici ed e-stetici. Diversamente dal Longobardi, il De Robertis ammette l’autenticità delle « fulminee invenzioni » campaniane, tuttavia fa sussistere una zona d’ombra, dove si situa il Campana inautentico, zona che si manifesta tutte le volte che « ai modi stilistici più suoi (di Campana) si mescola la retorica d’essi modi, l’uso causale e immotivato ». E ciò in quanto Campana, per la natura stessa del suo ingegno, « riceve impulso da quel fecondo e infecondo signo- re dell’arte contemporanea che è l'irrazionalismo. Da cui l’uso dell’aggettivo azzardoso, delle ripetizioni, e, diciamo ancora del comporre aggiuntivo, esclamativo, evocativo con trapassi rapidi che spesso son salti... ». Ricondotta quindi la poesia campaniana nell’ambito dell’estetica decadente, il critico vede nell’incontro (o nello scontro) del retroterra carducciano con la tensione irrazionalistica, i motivi del dualismo visività-visione, e propone quindi una nuova interpretazione basata non tanto sull’opposizione dei due momenti, quanto nella ricerca del loro momento di fusione. In questo senso l’excursus campaniano procederebbe dalla visività, su cui s’innesterebbe mediante il soccorso infervoratore della memoria, definita dal De Robertis « creatrice », il fantasma della visione: tramite stilistico di questo movimento sarebbe la ripetizione, dapprima cauta e poi progressivamente prorompente sino a raggiungere le funzioni di motrice del canto. A conferma di questo procedere, anzi a documento di una linea di sviluppo che, appena testimoniata negli « Inediti » traspare con nitida evidenza negli « Orfici », il De Robertis propone l’aggettivo, rap-prima nominale, carducciano, in semplice funzione definitoria del sostantivo, poi « modo di essere del canto, emblema del canto stesso ». Il saggio di De Robertis, appoggiato da una larga e probante documentazione, si situa dunque in una dimensione critica tesa a ritrovare le zone più elevate di Campana dove il raggiunto equilibrio tra visività e visione permette il superamento del frammentarismo anche se « vagante all’estremo è il melodizzare di Campana, e vaganti le misure e i tempi della prosa, (che) annidano lo stesso male, spesso un frantumarsi molecolare, un balbettio frenetico ». * * * Nei saggi longobardiano e deroberti-siano del 1947 la stessa esigenza di sintesi unitaria, di composizione delle antinomie, conduce dunque a diverse e contrastanti soluzioni: negativa ed « esterna » la prima, positiva, sia pure con le dovute riserve, e raggiunta con procedimento più rigorosamente « interno » la seconda. In ogni caso notevole è il peso che en- 27