trambe hanno esercitato sul successivo fondamentale saggio del Bonalumi, se questi, nella sua preziosa monografìa campa-niana del 1953, dopo aver manifestato la sua adesione alla linea continiana motivandola con il fatto che nel saggio del Contini « il testo campaniano è scandagliato senza il minimo dei pretesti, con un tono che ad alcuni è apparso severo, e invece è equilibrato, di pura e rigorosa oggettività », muove al medesimo l’appunto di non « aver tenuto maggior conto delle intenzioni del poeta (le sue ’’ambizioni sbagliate ») stabilendone di tanto in tanto il décalage con il testo ». « Ne sarebbe forse derivato, afferma il Bonalumi, un procedimento un po’ scolastico, ma i risultati dell'indagine sicuramente significativi ». Che è affermazione dell’avvertita necessità di un discorso che non si fermasse a un Campana ridotto al mero ruolo di epigono carducciano, impoverito cioè di un’intera dimensione della sua personalità poetica. Per questo non possiamo concordare col Costanzo (10) quando, dopo aver rimproverato al Bonalumi certe lacune a livello della biografìa e dalla bibliografìa critica campaniana, liquida frettolosamente il suo saggio riconducendolo alla stregua di semplice rieccheggiamento conti-niano. Nell’aiticolo del Costanzo non traspare il fatto che tra il saggio del Contini del 1937 e la monografia bonalumiana (1953) ci sono di mezzo i due saggi di Longobardi e di De Robertis, e che la loro influenza si avverte decisamente nella monografia medesima. In questo senso il Bonalumi accetta l’idea di un Campana che inizialmente prende di petto il mondo dello spirituale (11); soltanto, di quest’ordine spirituale, fa resistere « accanto all’aggressività iniziale, solo il presentimento di una regione in cui l'animo e l’indole di Campana mai seppero penetrare ». E in questo « quasi » si concentra tutta la sostanza della nuova impostazione. Per Bonalumi il Campana valido resta quello della dimensione visiva, « perchè più ricca, perchè essa mai si sottrae alla sua "fede” di poeta », ma il critico ribadisce anche la presenza d’un’altra dimensione alla quale più spesso Campana accesse in maniera inautentica (le « figurazioni », il pesante simbolismo: l’epicentro della critica lon- gobardiana) e di cui non è possibile sbarazzarsi con la sola ipotesi di « scaltrezza o obbedienza a una moda ». Se Bonalumi si associa a Longobardi nel negare la « sanità di una mitizzazione campaniana, egli rifiuta decisamente l’accusa di malafede letteraria ». « Uno sbaglio, afferma il critico, può benissimo fare parte di una convinzione profonda e sincera del poeta »: che poi a codesta convinzione, in quanto trapiantata in terreno infecondo rispetto alle più autentiche disposizioni poetiche, siano da imputare certe cadute, non significa che Campana non vi abbia insistito in buona fede. Ora se sul piano della poesia — il piano cioè delle soluzioni autentiche il Campana visivo si lascia preferire, ciò non toglie che questo piano non sia strettamente legato al contesto intenzionale: da cui l’arbitrarietà di una conclusione critica che partendo dal ricupero della visività, costruisca su di essa un’interpretazione parziale. E’ a questo punto, a noi sembra, che Bonalumi supera Contini. Campana non è, nè può essere, considerato alla stregua di semplice epigono carducciano. Se il suo orfismo si risolve più sovente in uno scacco, se resta sul piano delle intenzioni, contribuisce peraltro a istituire un’atmosfera entro cui si situa e di cui si colora anche il piano della visività. In tal guisa il Bonalumi può concludere: « La poesia di Campana si presta tuttavia, come ogni vera poesia, a una lettura viva della legittimità d’un dramma interiore. In questa chiave essa si lascie-rà leggere come prodotto ispirato, anelito verso una realtà superiore... Si è voluto fare di Campana un "grande poeta”. Noi non crediamo alla stregua del nostro esame, in un valore assoluto che lo ravvicini a quelle anime che egli proclamò sorelle in vita come in arte: Rimbaud, Baudelaire, ecc. Troppi sono i limiti ai quali dovette sottostare, o per dirla con Montale: « i suoi stessi errori noi non li chiameremo errori ma inevitabili urti contro gli spigoli che lo attesero ad ogni passo ». Cosicché per questa via, dopo oltre qua-rant’anni di polemiche critiche, il proble ma dell’interpretazione campaniana poteva inserirsi con profitto nel quadro di una dimensione critica più sensibile verso soluzioni equilibrate, al di là dell’irrigidimento in formule antinomiche, dalle quali 28