a levare il piede da terra: l’ansia d’eterno rimane velo troppo trasparente per tenere celata la realtà sensuale e quotidiana. Sicché più autentico, anche se chiuso nel gorgo d’una sensualità senza scampo, percorsa da un brivido musicale che ne è l’unica linfa sovvertitrice, è il Campana che leggiamo altrove, sempre ne « La notte »: « Il tuo corpo un aereo dono sulle mie ginocchia, e le stelle assenti, e non un Dio nella sera d’amore di viola, tu chinati gli occhi di viola, ma tu nella sera d’amore di viola, tu chinati gli occhi di viola, tu ad un ignoto cielo notturno che avevi rapito una melodia di carezze ». E’ per questa via che lo stesso Campana sembra prendere coscienza dell’in-sopprimibile terrenità della sua ispirazione, quasi toccar con mano il suo abbaglio. « Ricordo cara: lievi come l’ali di una colomba tu le tue membra posasti sulle mie nobili membra. O non accenderle! non accenderle! Non accenderle: tutto è vano, vano è il sogno: tutto è vano tutto è sogno». (14) Sicché il pur famoso passo del finale de « La Notte »: « Qual ponte, muti chiedemmo, qual ponte abbiamo noi gettato sull'infinito, che tutto ci appare ombra di eternità? A quale sogno levammo la nostalgia della nostra bellezza? » resta mero documento dello slancio eroico con cui Campana imprende ogni volta il suo assalto allo spirituale, semplice testo delle sue intenzioni più elevate. Tuttavia, anche se rimane allo stadio d’intenzione, non è possibile avanzare riserve sulla genuinità della disposizione orfica campaniana; se si pensa che essa si riconduce al dualismo di pretta marca romantica fra realtà e ideale, fra un presente di vita che Campana non riesce ad accettare come storia e un bisogno elementare di equilibrio cui vorrebbe soddisfare alla ferma luce del mito. « So Manuelita: voi cercate la grande rivale. So: la cercavate nei miei occhi stanchi che mai non vi appresero nulla. Ma ora se potete sappiate: io dovevo restare fedele al mio destino: era un’anima inquieta quella di cui mi ricordavo sempre quando uscivo a sedermi sulle panchine della piazza deserta sotto le nubi in corsa. Essa era per cui solo il sogno mi era dolce. (15) Contro la realtà che non si accetta si leva la finzione del sogno, vuoi attraverso un procedimento consueto della scuola simbolistica, quello della personificazione di figure astratte, come in « La chimera », vuoi quando, più felicemente, entro le pieghe di un tessuto apparentemente visivo, un'immagine si leva imbevuta di febbrilità visionaria. (16) Andavamo andavamo per giorni e per [giorni: le navi Gravi di vele molli di caldi soffi incontro [passavano lente Sì presso di sul cassero a noi ne appariva [bronzina una fanciulla della razza nuova, occhi lucenti e le vesti al vento! Conflitto reale-sogno che diviene quindi antitesi fra «fuga» e «sosta» (17), fra la coscienza della precarietà del presente — ma anche della sua insopprimi-bilità — e il rifugio nel mondo d’evasione. Alla luce di questa antitesi certi passi apparentemente vicini a un gusto impressionistico si svelano ricchi di pathos, partecipi deU’avventura del poeta. Così il paesaggio si stravolge, piegato all’urgere del movimento centrifugo: « Campigno: paese barbarico, fuggente, paese notturno, mistico incubo del caos... Nelle tue mosse montagne l’elemento grottesco profila: un gaglioffo, una grossa puttana fuggono sotto le nubi in corsa. E le tue rive bianche come le nubi, triangolari, curve come gonfie vele... »; il ritmo della fuga quanto più vertiginoso, prepara il momento della sosta, in cui al ritorno della natura allo stato di quiete, si accompagna per l’uomo la conquista d’una rinnovota serenità: « Che cosa fuggiva sulla mia testa? Fuggivano le nuvole e le stelle, fuggivano: mentre che dalla pampa nera scossa che sfuggiva a tratti nella selvaggia nera corsa del vento ora più forte ora più fievole ora come un lontano fragore ferreo... ». « La luce delle stelle ora impassibili era più misteriosa sulla terra infinitamente deserta: una più vasta patria il destino ci aveva dato: un più dolce color naturale era nel mistero della terra selvaggia e buona... E allora fu che nel mio intorpidimento finale io sentii con delizia l’uomo nuovo nascere 30