riconciliato con la natura ineffabilmente dolce e terribile... ». (16) Ma anche quando, come qui, Campana non naufraga nel gorgo d’un simbolismo vacuo e la sua voce ci perviene più autentica, il procedimento con cui stabilisce il rapporto contingente-eterno rimane scivolante alla superfìcie, del preteso assalto all’Assoluto non resta che il grido. Sicché si ha la sensazione che il poeta, incapace di proseguire nel suo sforzo di penetrazione del mistero, debba costantemente interrompere il movimento ascensionale appena iniziato per riguadagnar terra, riprendere campo nella zona più sua. Si veda a specchio di questo procedimento la lirica « Immagini del viaggio della montagna ». Essa si apre con l’af fermazione della « sorda lotta notturna », dell’intento di catarsi spirituale. Poi, dopo l’impennarsi del canto in volute facenti grumo su qualche sillaba ritornante (« De l’alba non ombre nei puri silenzi / De l'alba / Nei puri pensieri / Non ombre / De l’alba non ombre: / Piangendo: giurando noi fede all’azzurro ») la carica iniziale s’affloscia per dar luogo a una ripresa pacata, di schietto sapore carducciano: Pare la donna che siede pallida giovine [ancora Sopra dell’ erta ultima presso la casa [antica: Avanti a lei incerte si snodano le valli Verso le solitudini alte de gli orizzonti Si assiste dunque qui a un procedimento consueto in Campana, quello di immergere il proprio nucleo lirico, la stretta della coscienza, in un quadro apparentemente oggettivo, a prima vista indipendente dal motus animi poetico. Invece queste improvvise luminose figure, proiettate contro l’orizzonte in fuga, originano dalla medesima sorgente, riportano al dualismo reale-ideale tramutato nell’opposizione sosta-fuga. L’aria ride: la tromba a valle i monti squilla: la massa degli scorridori ti scioglie: ha vivi lanci: i nostri cuori Balzano: e grida ed oltrevarca i ponti. L’ansia campaniana, iniziata con un rapido attacco alle regioni dell’Assoluto, tende dunque a comporsi in linee esterne, a mantenersi su un piano più terreno, più eminentemente visivo, anziché lavora- re di scandaglio. E quando — e lo si nota per il tono improvvisamente più convulso, per il ritmo che ruotando su alcune paro-le-chiave s’inarca con larga eco ritornante, Campana riprende con rinnovata energia il suo assalto, raramente giunge al di là della dichiarazione, anche se urlata con drammatico impegno: O se come il torrente che rovina E si riposa nell’azzurro eguale, Se tale a le tue mura la prociina Anima al nulla nel suo andar fatale. Se alle tue mura in pace cristallina Tender potessi, in una pace uguale, E il ricordo specchiar d'una divina Serenità perduta o tu immortale Anima! o Tu! In ogni caso è sintomatico il cozzo che avviene tra le aspirazioni di questo poeta a fermare il contingente in immagini di assorta e serena bellezza e il fondo irrimediabilmente sensuale dell’anima sua. 1’« amor vitae » che traluce a ogni passo e non riesce a decantarsi in immagini purificatrici. Sì che la stessa sensualità, piena e soddisfatta in D’Annunzio, ne è tutta corrosa, mostra il segno di una precarietà qua e là toccata da bagliori di luce. E il diaframma tra i due mondi, estremamente sottile sino ad annullarsi nei momenti più felici, quando il poeta forzando il muro del tempo si sottrae al peso della vita e giunge attraverso un raffinatissimo procedimento d’equilibri musicali e coloristici a un’atmosfera di lucida trasparenza (si pensi a Piazza Sarzano: « Sulla piazza acciottolata rimbalza un ritmico strido: un fanciullo a sbalzi che fugge melodiosamente. Un chiarore in fondo al deserto della piazza che sale tortuoso dal mare dove vicoli verdi di muffa calano in tranelli d'ombra: in mezzo alla piazza, mozza la testa guarda senz’occhi sopra la cupoletta. Una donna bianca appare a una finestra aperta. E' la notte mediterranea »), altre volte grava con urgenza insopprimibile, nè valgono a comporlo i tentativi puramente esterni cui ricorre Campana: si pensi al mito « che si torce » e « si cova » di « Crepuscolo mediterraneo » e all'atmosfera di violenta sensualità che, nonostante gli sforzi di decantazione operati dal poeta, intorbida tutto il contesto: « Suonavano le chitarre all’incesso della dea. Profumi varii gravavano l’aria, l’accordo delle chitarre si addolciva da un vi- 31