co ambiguo nell’armonioso clamore della via che ripida calava al mare ». « La grande finestra verde chiude nel segreto delle imposte la capricciosa speculatrice, la tiranna agile bruno rosata... mentre che sulla via le perfide fanciulle brune mediterranee, brunite d’ombra e di luce, si bisbigliano all'orecchio al riparo delle ali teatrali e pare fuggano cacciate verso qualche inferno in quell’esplosione di gioia barocca... ». Chiuso nelle sue antinomie di tardo sapore romantico, incapace d’un’adesione concreta alla storia, Campana non potè che rinchiudersi in un’aristocratica aspirazione a un ideale di primitiva purezza: agli « Orfici » egli ritenne di poter affidare la sua certezza d’aver conservato quella « purezza morale del Germano (ideale non reale) che (era) stata la causa della loro morte in Italia» (17). A questo si riconducono i suoi frequenti richiami a un passato ideale di bellezza, già ipostatizzato in forme immobili e definitive: « Figura del Ghirlandaio, ultima figlia della poesia toscana che fu, tu scesa allora dal tuo cavallo tu allora guardavi: tu che nella profluvie ondosa dei tuoi capelli salivi salivi con la tua compagnia come nelle favole d’antica poesia... » 18) « ... la dolcezza della linea delle labbra la serenità del sopra ciglio memoria della poesia toscana che fu. (Tu avevi già compreso o Leonardo o divino primitivo!) ». (19) Cosa resta oggi del canto campaniano, del suo sforzo inteso a far sì che « nel più semplice suono, nella più semplice armonia » (20) si potesse specchiare la « risonanza del tutto »? Evidentemente non molto, sì da rendere dubbia la stessa riconduzione dell’ esperienza campaniana nell’ alveo del decadentismo; visto che manca a Campana quella capacità di approfondimento della sensazione che è alla base della grande esperienza decadente. Quello che viceversa resta di lui è il fatto d’un’esperienza formalistica pressoché nuova nella storia della letteratura italiana: di qui il significato di certi passi ricorrenti alla memoria anche indipendentemente dall’atmosfera culturale e ideologica che li aveva generati, con la struggente suggestività di certi versi di Ver-laine o Valery. Forse non altro che qualche fuggitivo frammento rimarrà ai posteri di questo poeta che certo per natura frammentista non fu, ma anzi mirò a costruire con gli « Orfici » un edificio unitario e coerente di poesia. NOTE 1 - La critica campaniana, sia pure in maniera piuttosto sbrigativa e schematica, può essere ricondotta entro due principali filoni interpretativi. Nel primo possono rientrare quanti, indulgendo all’aspetto più eminentemente visivo, riconducono Campana nel solco della tradizione carducciana; nel secondo quanti leggono in Campana piuttosto un visionario e collocano gli « Orfici » sulla linea delle « Illu-minations » rimbaldine, fra quelle o-pere cioè che rappresentano « un disperato tentativo d’ abdicazione alla sintesi intellettuale per assecondare senza sforzo la segreta durata, l’aereo respiro della vita indistinta, dove la parola è senz’altro idea e la realtà trabocca insensibilmente nel sogno ». (Il passo è di Solmi - Fiera Letteraria 1928). 2 - Contini G.: Letteratura - Ottobre 1937, ora in « Esercizi di Lettura ». (Parenti - Firenze 1960). 3 - Bo C.: Frontespizio, Dicembre 1937; ora in « Otto Studi » (Vallecchi - Firenze 1940). 4 - Solmi S. - op. cit. (Oggi tutti gli scrit- ti solmiani sono raggruppati in « Scrittori negli anni » - Mondadori - Milano 1963). 5 - Le conclusioni critiche del Longobar- di sono state rese possibili dalla pubblicazione degli « Inediti » campania-ni, avvenuta nel 1941 a cura di Enrico Falqui. A tale proposito si veda il prezioso libro di Falqui « Per una cronistoria dei Canti Orfici » (Vallecchi - Firenze 1960) in cui si trovano raccolte e ordinate tutte le notizie, le osservazioni e le varianti relative all’opera campaniana: materiale codesto da cui è impossibile prescindere per una chiara interpretazione del testo. 6 - Citiamo di seguito alcuni fra i giu- dizi più significativi a proposito della musica campaniana (oltre beninteso quelli citati nel testo): Boine - Riviera ligure - Agosto 1915: « Giungono momenti che il respiro nella gola si appanna e la vertigine vince. Allora le parole ossessionano come gli incubi, si dilatano come occhi di paura, si puntano come riluttanti viti all’abisso, finche l'onda via le travolge meravigliosi frantumi in un gorgo canoro. La musica vince i discorsi i vocaboli son fatti di voce, son simboli di suono con un polline vago d’immagini ». 32